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Altai – capitolo IV – Sogni sciamanici

E’ stata una notte di sonno pesante e di sogni difficilmente interpretabili. Sogni di aquile, sciamani e di natura furiosa. L’ambiente in cui siamo immersi ha avuto ormai il sopravvento anche sul mio inconscio.
Usciamo dalla ger alla spicciolata cercando ognuno il proprio “posto nel mondo” con il rotolo di carta igienica sottobraccio. Durante la disquisizione aristotelica nel bel mezzo di un cratere naturale mi accorgo di essere letteralmente circondato da decine di falchetti intenti ad osservare lo spettacolo che evidentemente reputano avvincente. Non nego di essere sopraffatto da una certa ansia da prestazione.
Voyeurismo.
Un tuffo nello splendido Khoton Lake e siamo pronti per colazione.


Anche questa mattina lo scenario è magnifico.

Oggi raggiungeremo con le UAZ la zona di Baga Oigor per ammirare i petroglifi di Tsagaan Sala, vere e proprie incisioni rupestri risalenti all’età del bronzo, realizzate con strumenti appuntiti come rocce o punte metalliche.
L’interpretazione di queste figure varia da quella legata a riti religiosi di tipo sciamanico, a quella di figure fatte prevalentemente per passatempo da pastori fermi a guardia delle greggi.

Le incisioni sono meravigliose anche se qualcuna di esse è stata vandalizzata da esseri umani sicuramente non appartenenti alla specie Homo Sapiens Sapiens.
Da qui decidiamo di ripercorrere a piedi la strada del ritorno fino al nostro campo. Distratti dalla bellezza dei luoghi scegliamo però la parte più scenografica del percorso, il che ci porterà a sbagliare strada più volte o a scontrarci con paludi o rami del lago non attraversabili se non a nuoto.
Da questa situazione salta fuori quindi un vero e proprio trekking di 4 ore sotto un sole che ci abbrustolisce tutta la parte destra del corpo.

Arriviamo al campo quando ormai è tardo pomeriggio, il sole è magnifico quindi ci concediamo un altro bagnetto mentre le nostre spettacolari cuoche preparano un pranzo che diverrà un tutt’uno con la cena.
I nostri drivers, smaltita la “balla” della sera prima (o forse no), ci intrattengono con canti tradizionali kazaki. L’atmosfera come sempre è da pelle d’oca e non solo per la temperatura che nel frattempo si è notevolmente abbassata.

La giornata successiva è dedicata a far provvista e al trasferimento. Come prima tappa raggiungiamo un piccolo market, che poi in realtà sono due, sistemati proprio uno di fronte all’altro.
Vendono entrambi gli stessi prodotti agli stessi prezzi e penso: che bello trovare inaspettatamente qualche elemento di caro vecchio socialismo sovietico. Pugni chiusi.
Sembra di essere entrati in un vecchio saloon del Far West, di quelli con le porte basculanti a mezza altezza e la polvere sugli scaffali; dietro al banco il vecchio e sdentato zio Sam tiene un fucile nascosto sotto il bancone.
I prodotti esposti non risultano particolarmente invitanti: sacconi di biscotti sfusi appoggiati a terra, dolciumeria varia rigorosamente scaduta, alcolici e qualche cibo in scatola non meglio identificato. In realtà al cibo scaduto qui in Mongolia abbiamo fatto l’abitudine e anche gli anticorpi. Abbiamo capito che si tratta un “problema” di tempi più che di mancanza di spirito di conservazione, ovvero il tempo di approvvigionamento dei negozi è superiore a quello della scadenza di certi prodotti per questo si trova spesso cibo scaduto sugli scaffali. Nessuno di noi in ogni caso in questi giorni è stato male il che fa molto riflettere sulla quantità di cibo che ogni giorno viene buttata nelle nostre case e nei nostri numerosi ipermercati.
Alla fine optiamo per del pane confezionato e del (presunto) tonno in statola oltre a della vodka e a qualche tavoletta di cioccolata.
Sfruttiamo lo scenario attorno al negozio per scattare alcune foto artistiche (che poi non si dica che non ci siamo lavati in Mongolia).

Lungo il percorso verso il Tavan Bogd, all’estremità occidentale della provincia del Bajan Olgij sulla linea di confine tra Mongolia e Cina si incontrano varie tipologie di cimiteri Kazaki, le cosiddette ”città dei morti”. Costruzioni di legno scuro intrecciato al cui interno viene scavato un buco in cui viene posto il cadavere. Su alcuni tetti svetta la mezzaluna islamica, in altri grandi tumuli di pietre.

Le nostre UAZ volano per strade tortuose intervallate a pianori infiniti lasciandosi alle spalle nuvole di polvere. Chi è dietro mangia la polvere, che almeno non è scaduta.

Verso sera ci accampiamo in una stretta valle ai piedi del Khuiten Uul, il monte più alto della Mongolia con i suoi 4374m. Appena sotto la nostra ger scorre impetuoso il Tsagaan Gol soprannominato “fiume bianco” per il colore dell’acqua che scende direttamente dal ghiacciaio di Potanii. Domani ci aspetta il trekking più impegnativo del viaggio proprio per raggiungere il ghiacciaio: 36 km andata e ritorno in condizioni atmosferiche previste non proprio estive. Ene enfatizza e distribuisce terrorismo psicologico aggratis: “domani troveremo neve su ragazzi… avete roba da vestire pesante a sufficienza? Moriremo tutti… Lasciate ogni speranza o voi che entrate… Perchè non siete andati in vacanza a Jesolo?!?”. Evidentemente era tutta una scusa per farci andare a letto presto. Del resto non è che i dintorni del campo offrissero molte distrazioni.
Tranne una.
Dopo un breve temporale un raggio di sole disegna l’arcobaleno più bello che io abbia mai visto.
Questo Paese quando meno te l’aspetti è capace di prenderti a schiaffoni con la sua bellezza.

E infine venne il giorno del grande trekking! Per l’occasione decido che è il caso di uscire dallo zaino e indossare l’unico paio di pantaloni lunghi che mi sono portato via, scelta che si dimostrerà molto saggia nel corso della giornata.
Dopo aver registrato nomi e passaporti presso l’ufficio delle guardie del parco ci incamminiamo in salita belli imbacuccati attraversando paesaggi incredibili spazzati da un vento glaciale che ci fa colare il naso e ci taglia la poca pelle del corpo scoperta.

Vorrei evitare di ripetere sempre gli stessi aggettivi per descrivere questi luoghi perciò do direttamente la parola alle foto che in alcun modo sono sufficienti a descrivere a pieno la bellezza nella quale siamo rimasti immersi durante le dieci ore di cammino.
Abbiamo attraversato pietraie, paludi, greggi di cavalli, capre e yak, incontrato cammelli portatori di pesi enormi. Abbiamo avuto il tempo di parlare tra di noi, di condividere fiatone ed emozioni ma anche di isolarci e riflettere in perfetta solitudine (del resto lo spazio di certo non mancava). Abbiamo avuto il tempo di prendere il nostro tempo, il nostro ritmo, il nostro passo. Davanti a noi la meraviglia del ghiacciaio Potanii, passo dopo passo sempre più vicino.

E’ il momento più bello del viaggio.

Non mi capitava dal viaggio in Islanda di sentirmi così totalmente immerso nella natura che mi circonda. La natura che da un lato ti ammaglia e dall’altro ti bastona con la neve e il vento gelido sulla faccia. Sto bene e mi sento fortunato a poter vivere tutto questo.

Il modo migliore che abbiamo di celebrare il nostro arrivo alla meta tanto agognata è aprire le lattine del famoso “presunto tonno” comprate al saloon. E sarà che comunque la fame c’era, non era per niente male! Pesce immerso in un’improbabile salsa di senape… Che bontà.
Il ritorno verso il campo ci mette duramente alla prova, ci sembra infinito.
Durante una delle tante pause, mentre siamo sdraiati sull’erba, veniamo letteralmente attraversati da un enorme gregge di capre. Non ci spostiamo di un millimetro così si aprono attorno a noi come fossimo degli appestati.

Torniamo al campo quando ormai è ora di cena. Se mi soffio il naso probabilmente uscirà acido lattico – penso .

Sono i momenti in cui una lunga doccia calda ci starebbe proprio bene ma hey, ci sono sempre le gelate e ritempranti acque bianche del Tsagaan Gol!
Fa un freddo assurdo, mi immergo solamente dalla cintola in giù ma non resisto più di 7 secondi; sembra che un intero set di coltelli forgiati per l’occasione da Hattori Hanzo mi si siano conficcati nei piedi e stiano cercando di risalire fino alle braccia.
C’ho du ghiaccioli al posto dei cojoni” cit. perciò mi asciugo e rientro velocemente al calduccio nella ger.
E’ stata una giornata straordinaria e già mi viene lo sgomento a pensare di ritrovarmi di nuovo nel caos irrespirabile di Ulan Bator.

Per fortuna abbiamo ancora un giorno di decompressione durante il quale torniamo ad Olgii dove la sera saremo ospiti nella ger di famiglia di Aidos. Non solo dopo una settimana abbiamo la possibilità di utilizzare un WC e farci una doccia, ma nel pomeriggio decido di addentrarmi nella piccola cittadina in cerca di un barbiere. Mi abbandono al massaggio shampoo della giovane parrucchiera mongola e ripenso ai giorni passati in questa terra incredibile ridestandomi dai sogni ad occhi aperti (tipo Walter Mitty) solo al momento di pagare il conto (ben un euro e cinquanta!).
Aidos ci accoglie nella sua ger in maniera straordinaria; cena da paura (certo si, sempre montone ma ci saremmo tutti rimasti male se non ci fosse stato) con tanto di due musicisti locali addetti all’intrattenimento con musica kazaka.

Stiamo bene anche se il pensiero è che questa magia presto sarà finita e allora meglio bere: birra birra birra vodka vodka… Ad un certo punto salta fuori che in villaggio c’è addirittura una discoteca… Andiamoci! Bottiglia di vodka bottiglia di vodka. Ehi ma quello è un matrimonio? Cerchiamo di entrare, no ma è finito, stanno uscendo. Aidos hai ancora quella bottiglia di vodka in macchina? SI. Bene.
Ultima notte di bagordi prima del lunghissimo viaggio di rientro via Ulan Bator – Pechino – Roma… non tutti dimostrano di avere il fisico…

 

Epilogo

Hai la prova che un luogo ti rimane dentro quando per molto tempo dopo la fine del viaggio continui a sognarlo, talvolta anche ad occhi aperti.
A me succede ancora oggi. Ogni giorno ripenso almeno una volta alla Mongolia.
Mi mancano la terra riarsa del Gobi, la tabula rasa elettrificata, i cammelli, i volti delle persone che ci hanno accolto, i bambini liberi di giocare nel piano infinito, il profumo delle ger, i bagni all’aperto, i monti Altai, Katiusha, i sogni sciamanici, avvertire la magia ancestrale e la solitudine che avvolge quei luoghi, le colazioni a Khoton lake, ascoltare i CSI con le mie compagne di viaggio…
Scrivere questi quattro capitoli è stato terapeutico per fissare e rielaborare la grandezza di quanto vissuto o almeno di quello che sono riuscito a mettere nero su bianco. Come sempre alla fine dell’ultimo capitolo provo la stessa sensazione di quando chiudo lo zaino sapendo di aver dimenticato qualcosa, ma in fondo è giusto e più bello così… Rimanere sempre un po’ incompiuti ci spinge a non fermarsi mai e a cercare di conoscere qualcosa di nuovo.

Dieci fratelli non possono amarti come un padre.
Dieci strati di seta non sono più caldi di uno di lana.
Cinque sorelle non possono amarti più di una madre.
Ma una pelliccia calda, per quanto malconcia, è utile quando inizia a far freddo.

Antica presia mongola

 

AH CAZZO! LA CARNE DI MONTONE! ECCO COSA MI MANCA DI PIU’… LA CARNE DI MONTONE.

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Altai – capitolo III – Un mosaico di culture

Lunedì 14 agosto.

Dopo un rapido “cambio” di zaino, siamo pronti (forse) per affrontare la seconda parte del nostro viaggio. Raggiungeremo una delle regioni più aspre, inospitali e remote del Paese incuneata tra Russia, Kazakistan e Cina. La regione degli Altai, nella Mongolia occidentale è un vero e proprio mosaico di culture e tradizioni millenarie. Mi procuro un grosso coltello per tagliare la tensione e preoccupazione che si percepisce tra i componenti del gruppo non tanto a causa del viaggio a bordo di un ATR 72 ad elica che ci aspetta tra poco o perchè sarà una settimana impegnativa con molti spostamenti e trekking, quanto perchè per i prossimi 7 giorni non potremo usufruire dei servizi igienici a causa della totale assenza di strutture turistiche nella zona. Addio quindi alla seppur spartana comodità della ger a due posti con i bagni tipo camping, addio al water, alla turca, al bidet e alla doccia! Ci pensa la nostra guida Ene a rassicurare gli animi: “Non preoccupatevi, ci accamperemo sempre vicino a un corso d’acqua”.

Per me è più che sufficiente. Facciamo girare ‘ste eliche che si parte!

Son tante le cose segrete, dal nostro organismo secrete.

Ci sono i capperi, il muco, il bianco della lingua,
il catarro, il sudore, lo sporco in mezzo alle dita dei piedi.
Il tartaro, il pus, le cacche delle ciglia, la formaggia, il cerume,
il mestruo, la pipì e la pupù.

E allora cantiamo in coro:

Voglio un silos, sì lo voglio un silos per riporvi i frutti del mio corpo.

 

Atterriamo a Khovd verso ora di pranzo; si tratta dell’ultimo avamposto di civiltà prima di arrampicarci sulle montagne. Facciamo conoscenza con i nostri nuovi autisti e soprattutto con le nostre nuove UAZ. Il ricordo di Katiusha è ancora molto presente ma dobbiamo superarlo… scurdamoce ‘o passato. Il nostro nuovo mezzo viene battezzato “La Karla”. Si tratta di una UAZ color verdone dall’aspetto più moderno rispetto a chi l’ha preceduta ma già con 540000 km sul groppone. Gli interni sono più definiti con dei simpatici sedili in pelle di peluche disposti in modo che non si guardino in faccia. Il nostro nuovo autista si chiama Aidos che ci pare sin da subito molto simpatico.

Da Khovd cominciamo a salire attraverso paesaggi incredibili che risentono della mancanza di pioggia. Corriamo rapidi su una pista sterrata ma al nostro fianco fervono i lavori per la costruzione di una strada asfaltata.

Chissà per quanto ancora la Mongolia riuscirà a vincere l’eterna lotta contro il logorio dell’infrastruttura moderna.

Ogni tanto scendiamo a fare due passi per scattare qualche foto e pisciare. Mi accorgo che al minimo accenno di movimento ho il fiatone così chiedo ad Aidos a che altitudine ci troviamo. Mi risponde:

-Qui saremo a 3100m circa

-Ah.

Proprio in quel momento scavalliamo un passo e ci troviamo di fronte un tramonto di fuoco. Il sole rosso che scende a riposare a ovest mentre in basso sale la polvere della pista alzata dalle ruote delle UAZ.

Spettacolo.

Si fa buio e la temperatura scende di brutto. Attorno a noi nessuna luce, gli unici punti di riferimento per gli autisti, privi di cartine stradali o mappe, sono gli elementi naturali e qualche traccia sul terreno. Ci rendiamo conto però che da un po’ di minuti continuiamo a girare in tondo e a vuoto. Aidos aguzza la vista per cercare nell’oscurità il punto in cui dovrebbe essere già piantata la nostra ger. Dopo un lungo consulto con l’autista dell’altra UAZ, una figura mitologica mezzo uomo, mezzo Leone (di Lernia) finalmente ci siamo. Viene individuato un puntino luminoso nel buio… è lei! La nostra nuova ger kazaka… Kaza Nostra!

Possiamo solo intuire nell’oscurità totale il paesaggio attorno, intanto facciamo conoscenza con le cuoche e i “montatori” che viaggeranno insieme a noi per tutta la settimana. Ammassiamo gli zaini all’interno della nostra ger dove sono già state apparecchiate due tavolate per la cena. Costante presenza nel menu dei prossimi giorni saranno, indistintamente che si tratti di colazione pranzo o cena, biscotti locali tipo wafer rigorosamente scaduti, una crema spalmabile bigusto cioccolata-nocciola, burro e il mitico thè AKBAR.
La prima cena sugli Altai è squisita: zuppetta a base di verdure e spezzatino di montone accompagnato da spaghettini tipo noodles. E’ la bellezza del condividere le piccole (ma in realtà grandi) cose. I momenti che forse non riusciamo ad apprezzare fino in fondo adesso ma che ci mancheranno una volta tornati a casa.

Il mattino seguente possiamo finalmente renderci conto della bellezza e dell’isolamento del luogo in cui ci troviamo. Mentre usciamo alla spicciolata dalla ger stropicciandoci gli occhi troviamo la tavolata già allestita al di fuori; proprio quella che si chiama “breakfast with a view”. E’ il primo momento del viaggio in cui ho la reale sensazione di essere in vacanza.

Che ben che se sta!

Mentre i nostri accompagnatori iniziano a smontare e caricare le UAZ in vista della ripartenza abbiamo il tempo di inoltrarci lungo il torrente cercando un posto appartato per la toilette. Fischiettare allegramente con carta igienica, asciugamano e spazzolino alla mano.

Libertà.

La giornata di oggi sarà dedicata alle visite a due famiglie locali e ad inoltrarci nella remota regione Bajan-Ôlgij, da molti considerata l’ultimo avamposto della lingua originale Kazaka, come pure dello sport e della cultura tradizionali, proprio per l’isolamento di cui quest’area ha goduto nei secoli. Tanti chilometri da percorrere per avvicinarsi all’Altai Tavan Bogd National Park.

La cultura Kazaka la possiamo toccare con mano entrando nelle ger delle famiglie che ci accolgono offrendo il tradizionale milk tea, possenti e durissimi bocconi di formaggio quark, latte fermentato e tazze di vodka fatta in casa.
La ger kazaka è più alta e riccamente decorata di quella mongola, una vera e propria esplosione di colori e arazzi appesi alle pareti insieme a pezzettoni di carne lasciata a “frollare naturalmente” (quest’ultima solo per stomaci forti).
Rispetto alla ger mongola scompaiono anche i pali interni centrali.

Dopo gli ormai consueti intoppi dovuti al “manto stradale non proprio perfetto” e annesse bestemmie dei drivers raggiungiamo, proprio nel bel mezzo del nulla, un’antica stele dedicata ad Attila, re degli Unni. Mi chiedo quante volte le UAZ ci abbiano sbattuto contro non vedendola.

E’ noto che ad una altitudine superiore ai 3000m si possono fare gli incontri migliori. Ad un’ennesima sosta pipì infatti ci imbattiamo in un distinto signore con un fucile in spalla in groppa ad una moto piuttosto scassata. In qualche modo riusciamo a scambiare qualche parola così ci invita a seguirlo poco più avanti dove “parcheggia” la moto, si inginocchia appoggiando la canna del fucile sulla sella e rimane in attesa. Noi, a debita distanza di sicurezza, attendiamo non si sa bene cosa. PUM! Un colpo secco e ci fa cenno di seguirlo di corsa. Raggiungiamo non senza fiatone il cadavere di uno splendido esemplare di marmotta, letalmente impallinato da una distanza di parecchie decine di metri. Il nostro amico è un vero cecchino. E’ la catena alimentare penso, anche se rivivo la stessa sensazione che provai da piccolo durante una gita in un laghetto montano quando vidi che oltre ad essere pescate le trote venivano abbattute con un colpo alla testa; il che mi fece passare la voglia di fare il pescatore (da grande). Giorgia, la veterinaria del gruppo, pone due dita sulla giogulare dell’animale e non rileva alcun battito. Ne viene quindi constatata la morte alle ore 18:13 di martedì 15 agosto 2017. Il cacciatore, scuoiata la preda in loco, rimonta in sella e dopo essersi acceso una sigaretta si allontana solitario verso “solo lui sa dove”.

Il paesaggio attorno a noi è lunare.

Proprio quando pensi che di paesaggi splendidi nello stesso giorno ne hai visti abbastanza le UAZ fanno capolino in un’ampia vallata sormontata da un ghiacciaio dietro al quale il sole sta tramontando. Eh ma dai, avevo appena messo via la macchina fotografica… E’ un luogo da lagrime ai occi. Qui abita una famiglia nomade presso la quale trascorreremo la notte. Ci offrono addirittura di dormire insieme a loro nella ger principale poichè prossimi all’oscurità, ma la presenza di quarti di montone all’interno della tenda provoca qualche malumore all’interno del gruppo che quindi si rende disponibile ad aiutare i montatori a tirar su Kaza Nostra.

Nel frattempo è commovente vedere i bambini giocare con quello che trovano in giro e aiutare la famiglia con le numerose faccende da sbrigare.

Un altro mondo è possibile.

L’ultima immagine prima dell’oscurità

Durante la notte capita anche di dover uscire per dover espletare alcune funzioni corporali e a parte il freddo impestato è necessario fare molta attenzione nel non calpestare gli animali che durante la notte dormono attorno all’accampamento. Mi è capitato di trovarmi faccia a faccia con un cavallo; mentre pisciavo l’ho illuminato con la torcia da minatore che avevo in testa. Era veramente vicino ma non me n’ero accorto. Spaventi e incubi veri.

Il mattino seguente decido che è tempo di vincere gli ultimi pudori perciò mi reco al fiume per un lavaggio integrale. Acqua ghiacciata e sensibilità degli arti (e non solo) azzerata per una buona mezz’ora però che soddisfazione! Naturismo mongolo – bellezze al bagno, servizio completo di asciugatura al sole… Almeno fino a quando non inizia a piovere.
Puliti e profumati è tempo di conoscere un’altra delle tradizioni kazake ovvero la caccia con l’aquila. Il capofamiglia ci spiega (grazie al nostro interprete Ene) come funziona e come vengono allevate le aquile femmine che vengono addestrate a cacciare per l’uomo. Immancabili le foto con lo speciale guanto protettivo a sostenere l’animale.

Ripartiamo da questo luogo incantevole sotto un’acqua torrenziale che trasforma le già precarie piste in veri e propri fiumi di fango. Solo i più coraggiosi scendono dalla UAZ per vedere (giusto il tempo di scattare un selfi) un tipico cimitero kazako.

Dopo pranzo però la situazione meteo tende pian piano a migliorare fino a quando il cielo appare sgombro da nubi.

Siamo ormai nel cuore del parco nazionale mongolo Altai Tavan Bogd e corriamo paralleli al confine con la Cina. Complice anche la luce che è cambiata rispetto alla mattinata uggiosa, il paesaggio è davvero spettacolare con i suoi colori che adesso vanno dal giallo della terra al blu del cielo e dei fiumi passando per il verde acceso della vegetazione e il bianco dei ghiacciai che ci circondano. Qualcuno del gruppo si cimenta in una sfida di attraversamento di un fiume saltellando da una pietra all’altra con risultati a dir poco rovinosi che purtroppo non sono stati documentati in un video o in una foto.

Dobbiamo solamente attraversare un ponte di legno a prima vista pericolante sul fiume Khovd Gol prima di raggiungere uno delle mete più suggestive del viaggio ovvero il Khoton Lake dove ci accamperemo per due notti. Prima di farlo incontriamo due coraggiosi russi che stanno attraversando il paese in bici. Eroi. A loro va il nostro più grande in bocca al lupo ma noi teniamo le chiappe strette durante la traversata.

Sani e salvi. E valeva la pena di sopravvivere e forse anche di vivere finora per vedere che cosa ci fosse dall’altro lato del ponte. Le verdi sponde del meraviglioso Khoton Lake circondato a sud dalle montagne già al di là del confine cinese e a nord da colline e pascoli verdeggianti.

Il paradiso.

Scarichiamo i bagagli e incuranti della temperatura tiriamo fuori i costumi e ci tuffiamo in acqua, dopo tutta quella che abbiamo presto stamattina ci sembra impossibile poter godere di un sole così bello.

Siamo organizzatissimi, ognuno indaffarato con i propri compiti. I montatori montano, le cuoche cucinano, tutti noi cazzeggiamo. C’è chi accende il fuoco, chi pesca e chi stappa bottiglie di birra e vodka precedentemente acquistate in un market di Khovd. In breve tempo la ger è montata, la tavola imbandita e le nostre tazze si riempiono e svuotano con rapidità. Attorno a noi non c’è anima viva ma bastano e avanzano i sottoscritti per violentare il silenzio da cartolina del luogo.

Il driver Leone di Lernia tira fuori da non so dove un subwoofer da 10000 watt alimentato a energia nucleare che spara musica dance kazaka. E’ il delirio. La discoteca labirinto senza luci colorate.

In tutto questo siamo costantemente tenuti sotto controllo da una ventina di falchi e falchetti che sono appostati sulle rocce attorno al nostro campo. Ci osservano attoniti e immobili e credo di sapere che cosa stiano pensando.

Italiani!

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