Altai – capitolo III – Un mosaico di culture

Lunedì 14 agosto.

Dopo un rapido “cambio” di zaino, siamo pronti (forse) per affrontare la seconda parte del nostro viaggio. Raggiungeremo una delle regioni più aspre, inospitali e remote del Paese incuneata tra Russia, Kazakistan e Cina. La regione degli Altai, nella Mongolia occidentale è un vero e proprio mosaico di culture e tradizioni millenarie. Mi procuro un grosso coltello per tagliare la tensione e preoccupazione che si percepisce tra i componenti del gruppo non tanto a causa del viaggio a bordo di un ATR 72 ad elica che ci aspetta tra poco o perchè sarà una settimana impegnativa con molti spostamenti e trekking, quanto perchè per i prossimi 7 giorni non potremo usufruire dei servizi igienici a causa della totale assenza di strutture turistiche nella zona. Addio quindi alla seppur spartana comodità della ger a due posti con i bagni tipo camping, addio al water, alla turca, al bidet e alla doccia! Ci pensa la nostra guida Ene a rassicurare gli animi: “Non preoccupatevi, ci accamperemo sempre vicino a un corso d’acqua”.

Per me è più che sufficiente. Facciamo girare ‘ste eliche che si parte!

Son tante le cose segrete, dal nostro organismo secrete.

Ci sono i capperi, il muco, il bianco della lingua,
il catarro, il sudore, lo sporco in mezzo alle dita dei piedi.
Il tartaro, il pus, le cacche delle ciglia, la formaggia, il cerume,
il mestruo, la pipì e la pupù.

E allora cantiamo in coro:

Voglio un silos, sì lo voglio un silos per riporvi i frutti del mio corpo.

 

Atterriamo a Khovd verso ora di pranzo; si tratta dell’ultimo avamposto di civiltà prima di arrampicarci sulle montagne. Facciamo conoscenza con i nostri nuovi autisti e soprattutto con le nostre nuove UAZ. Il ricordo di Katiusha è ancora molto presente ma dobbiamo superarlo… scurdamoce ‘o passato. Il nostro nuovo mezzo viene battezzato “La Karla”. Si tratta di una UAZ color verdone dall’aspetto più moderno rispetto a chi l’ha preceduta ma già con 540000 km sul groppone. Gli interni sono più definiti con dei simpatici sedili in pelle di peluche disposti in modo che non si guardino in faccia. Il nostro nuovo autista si chiama Aidos che ci pare sin da subito molto simpatico.

Da Khovd cominciamo a salire attraverso paesaggi incredibili che risentono della mancanza di pioggia. Corriamo rapidi su una pista sterrata ma al nostro fianco fervono i lavori per la costruzione di una strada asfaltata.

Chissà per quanto ancora la Mongolia riuscirà a vincere l’eterna lotta contro il logorio dell’infrastruttura moderna.

Ogni tanto scendiamo a fare due passi per scattare qualche foto e pisciare. Mi accorgo che al minimo accenno di movimento ho il fiatone così chiedo ad Aidos a che altitudine ci troviamo. Mi risponde:

-Qui saremo a 3100m circa

-Ah.

Proprio in quel momento scavalliamo un passo e ci troviamo di fronte un tramonto di fuoco. Il sole rosso che scende a riposare a ovest mentre in basso sale la polvere della pista alzata dalle ruote delle UAZ.

Spettacolo.

Si fa buio e la temperatura scende di brutto. Attorno a noi nessuna luce, gli unici punti di riferimento per gli autisti, privi di cartine stradali o mappe, sono gli elementi naturali e qualche traccia sul terreno. Ci rendiamo conto però che da un po’ di minuti continuiamo a girare in tondo e a vuoto. Aidos aguzza la vista per cercare nell’oscurità il punto in cui dovrebbe essere già piantata la nostra ger. Dopo un lungo consulto con l’autista dell’altra UAZ, una figura mitologica mezzo uomo, mezzo Leone (di Lernia) finalmente ci siamo. Viene individuato un puntino luminoso nel buio… è lei! La nostra nuova ger kazaka… Kaza Nostra!

Possiamo solo intuire nell’oscurità totale il paesaggio attorno, intanto facciamo conoscenza con le cuoche e i “montatori” che viaggeranno insieme a noi per tutta la settimana. Ammassiamo gli zaini all’interno della nostra ger dove sono già state apparecchiate due tavolate per la cena. Costante presenza nel menu dei prossimi giorni saranno, indistintamente che si tratti di colazione pranzo o cena, biscotti locali tipo wafer rigorosamente scaduti, una crema spalmabile bigusto cioccolata-nocciola, burro e il mitico thè AKBAR.
La prima cena sugli Altai è squisita: zuppetta a base di verdure e spezzatino di montone accompagnato da spaghettini tipo noodles. E’ la bellezza del condividere le piccole (ma in realtà grandi) cose. I momenti che forse non riusciamo ad apprezzare fino in fondo adesso ma che ci mancheranno una volta tornati a casa.

Il mattino seguente possiamo finalmente renderci conto della bellezza e dell’isolamento del luogo in cui ci troviamo. Mentre usciamo alla spicciolata dalla ger stropicciandoci gli occhi troviamo la tavolata già allestita al di fuori; proprio quella che si chiama “breakfast with a view”. E’ il primo momento del viaggio in cui ho la reale sensazione di essere in vacanza.

Che ben che se sta!

Mentre i nostri accompagnatori iniziano a smontare e caricare le UAZ in vista della ripartenza abbiamo il tempo di inoltrarci lungo il torrente cercando un posto appartato per la toilette. Fischiettare allegramente con carta igienica, asciugamano e spazzolino alla mano.

Libertà.

La giornata di oggi sarà dedicata alle visite a due famiglie locali e ad inoltrarci nella remota regione Bajan-Ôlgij, da molti considerata l’ultimo avamposto della lingua originale Kazaka, come pure dello sport e della cultura tradizionali, proprio per l’isolamento di cui quest’area ha goduto nei secoli. Tanti chilometri da percorrere per avvicinarsi all’Altai Tavan Bogd National Park.

La cultura Kazaka la possiamo toccare con mano entrando nelle ger delle famiglie che ci accolgono offrendo il tradizionale milk tea, possenti e durissimi bocconi di formaggio quark, latte fermentato e tazze di vodka fatta in casa.
La ger kazaka è più alta e riccamente decorata di quella mongola, una vera e propria esplosione di colori e arazzi appesi alle pareti insieme a pezzettoni di carne lasciata a “frollare naturalmente” (quest’ultima solo per stomaci forti).
Rispetto alla ger mongola scompaiono anche i pali interni centrali.

Dopo gli ormai consueti intoppi dovuti al “manto stradale non proprio perfetto” e annesse bestemmie dei drivers raggiungiamo, proprio nel bel mezzo del nulla, un’antica stele dedicata ad Attila, re degli Unni. Mi chiedo quante volte le UAZ ci abbiano sbattuto contro non vedendola.

E’ noto che ad una altitudine superiore ai 3000m si possono fare gli incontri migliori. Ad un’ennesima sosta pipì infatti ci imbattiamo in un distinto signore con un fucile in spalla in groppa ad una moto piuttosto scassata. In qualche modo riusciamo a scambiare qualche parola così ci invita a seguirlo poco più avanti dove “parcheggia” la moto, si inginocchia appoggiando la canna del fucile sulla sella e rimane in attesa. Noi, a debita distanza di sicurezza, attendiamo non si sa bene cosa. PUM! Un colpo secco e ci fa cenno di seguirlo di corsa. Raggiungiamo non senza fiatone il cadavere di uno splendido esemplare di marmotta, letalmente impallinato da una distanza di parecchie decine di metri. Il nostro amico è un vero cecchino. E’ la catena alimentare penso, anche se rivivo la stessa sensazione che provai da piccolo durante una gita in un laghetto montano quando vidi che oltre ad essere pescate le trote venivano abbattute con un colpo alla testa; il che mi fece passare la voglia di fare il pescatore (da grande). Giorgia, la veterinaria del gruppo, pone due dita sulla giogulare dell’animale e non rileva alcun battito. Ne viene quindi constatata la morte alle ore 18:13 di martedì 15 agosto 2017. Il cacciatore, scuoiata la preda in loco, rimonta in sella e dopo essersi acceso una sigaretta si allontana solitario verso “solo lui sa dove”.

Il paesaggio attorno a noi è lunare.

Proprio quando pensi che di paesaggi splendidi nello stesso giorno ne hai visti abbastanza le UAZ fanno capolino in un’ampia vallata sormontata da un ghiacciaio dietro al quale il sole sta tramontando. Eh ma dai, avevo appena messo via la macchina fotografica… E’ un luogo da lagrime ai occi. Qui abita una famiglia nomade presso la quale trascorreremo la notte. Ci offrono addirittura di dormire insieme a loro nella ger principale poichè prossimi all’oscurità, ma la presenza di quarti di montone all’interno della tenda provoca qualche malumore all’interno del gruppo che quindi si rende disponibile ad aiutare i montatori a tirar su Kaza Nostra.

Nel frattempo è commovente vedere i bambini giocare con quello che trovano in giro e aiutare la famiglia con le numerose faccende da sbrigare.

Un altro mondo è possibile.

L’ultima immagine prima dell’oscurità

Durante la notte capita anche di dover uscire per dover espletare alcune funzioni corporali e a parte il freddo impestato è necessario fare molta attenzione nel non calpestare gli animali che durante la notte dormono attorno all’accampamento. Mi è capitato di trovarmi faccia a faccia con un cavallo; mentre pisciavo l’ho illuminato con la torcia da minatore che avevo in testa. Era veramente vicino ma non me n’ero accorto. Spaventi e incubi veri.

Il mattino seguente decido che è tempo di vincere gli ultimi pudori perciò mi reco al fiume per un lavaggio integrale. Acqua ghiacciata e sensibilità degli arti (e non solo) azzerata per una buona mezz’ora però che soddisfazione! Naturismo mongolo – bellezze al bagno, servizio completo di asciugatura al sole… Almeno fino a quando non inizia a piovere.
Puliti e profumati è tempo di conoscere un’altra delle tradizioni kazake ovvero la caccia con l’aquila. Il capofamiglia ci spiega (grazie al nostro interprete Ene) come funziona e come vengono allevate le aquile femmine che vengono addestrate a cacciare per l’uomo. Immancabili le foto con lo speciale guanto protettivo a sostenere l’animale.

Ripartiamo da questo luogo incantevole sotto un’acqua torrenziale che trasforma le già precarie piste in veri e propri fiumi di fango. Solo i più coraggiosi scendono dalla UAZ per vedere (giusto il tempo di scattare un selfi) un tipico cimitero kazako.

Dopo pranzo però la situazione meteo tende pian piano a migliorare fino a quando il cielo appare sgombro da nubi.

Siamo ormai nel cuore del parco nazionale mongolo Altai Tavan Bogd e corriamo paralleli al confine con la Cina. Complice anche la luce che è cambiata rispetto alla mattinata uggiosa, il paesaggio è davvero spettacolare con i suoi colori che adesso vanno dal giallo della terra al blu del cielo e dei fiumi passando per il verde acceso della vegetazione e il bianco dei ghiacciai che ci circondano. Qualcuno del gruppo si cimenta in una sfida di attraversamento di un fiume saltellando da una pietra all’altra con risultati a dir poco rovinosi che purtroppo non sono stati documentati in un video o in una foto.

Dobbiamo solamente attraversare un ponte di legno a prima vista pericolante sul fiume Khovd Gol prima di raggiungere uno delle mete più suggestive del viaggio ovvero il Khoton Lake dove ci accamperemo per due notti. Prima di farlo incontriamo due coraggiosi russi che stanno attraversando il paese in bici. Eroi. A loro va il nostro più grande in bocca al lupo ma noi teniamo le chiappe strette durante la traversata.

Sani e salvi. E valeva la pena di sopravvivere e forse anche di vivere finora per vedere che cosa ci fosse dall’altro lato del ponte. Le verdi sponde del meraviglioso Khoton Lake circondato a sud dalle montagne già al di là del confine cinese e a nord da colline e pascoli verdeggianti.

Il paradiso.

Scarichiamo i bagagli e incuranti della temperatura tiriamo fuori i costumi e ci tuffiamo in acqua, dopo tutta quella che abbiamo presto stamattina ci sembra impossibile poter godere di un sole così bello.

Siamo organizzatissimi, ognuno indaffarato con i propri compiti. I montatori montano, le cuoche cucinano, tutti noi cazzeggiamo. C’è chi accende il fuoco, chi pesca e chi stappa bottiglie di birra e vodka precedentemente acquistate in un market di Khovd. In breve tempo la ger è montata, la tavola imbandita e le nostre tazze si riempiono e svuotano con rapidità. Attorno a noi non c’è anima viva ma bastano e avanzano i sottoscritti per violentare il silenzio da cartolina del luogo.

Il driver Leone di Lernia tira fuori da non so dove un subwoofer da 10000 watt alimentato a energia nucleare che spara musica dance kazaka. E’ il delirio. La discoteca labirinto senza luci colorate.

In tutto questo siamo costantemente tenuti sotto controllo da una ventina di falchi e falchetti che sono appostati sulle rocce attorno al nostro campo. Ci osservano attoniti e immobili e credo di sapere che cosa stiano pensando.

Italiani!

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One thought on “Altai – capitolo III – Un mosaico di culture

  1. Sandra ha detto:

    Meravigliosooooooooooo!!! “viaggio”, gusto, imparo, rido….e tutto questo grazie a sto stampo de fjol che me xe toccà in sorte!! Grazie di esistere!!

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