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Capitolo V – Lago d’Aral

Martedì 13 agosto 2019

Lasciamo Bruttofigliodiputtana e Nèttolozainètto in custodia all’albergo e alle 7:30 siamo belli come il sole in attesa della nostra guida che, per i prossimi due giorni, ci accompagnerà alla scoperta della zona più remota del paese. Tazabay arriva puntualissimo a bordo di una Toyota 4×4 fresca di autolavaggio. Alla guida un uomo del quale non capiremo mai il nome e che durante tutto il lungo viaggio alternerà fasi di serrato mutismo a fasi interminabili di logorrea galoppante. In Karakalpaco naturalmente.
Lombroso avrebbe avuto il suo bel daffare con questo personaggio.
Tazabay parla molto bene l’inglese. Ci racconta che si è laureato in lingue a Tashkent e che fa l’interprete per diverse aziende della zona. Per arrotondare accompagna i gruppi di turisti e questa attività non fa altro che alimentare i suoi desideri di viaggiare e conoscere -spera- i paesi di provenienza delle tante persone che incontra. Impresa alquanto ardua se pensiamo alla differenza del costo della vita tra questo paese e un qualsiasi paese europeo.

Approfittando di aver trovato una persona con cui possiamo comunicare, lo tartassiamo di domande e cerchiamo di dare una risposta ai tanti dubbi e alle curiosità che abbiamo accumulato durante le tappe precedenti. La strada fila via liscia in modo piacevole e partecipato.

La prima tappa del nostro tour è la visita al complesso di Mizdakhkan a circa 15 km da Nukus.
Si tratta di una necropoli monumentale che occupa un’intera collina dove in passato sorgeva un’antica città successivamente distrutta dalla furia di Gengis Khan. In prossimità del punto più alto vi sono anche i resti di un’antica medressa dalla quale si gode di una vista straordinaria su tutta la necropoli. Dal lato opposto della collina scorgiamo i resti (pochi in verità) della fortezza di Gyaur Kala risalente all’epoca Zoroastriana (IV-III secolo AC)
Sembra un luogo fuori dal tempo, immerso in un silenzio totale.

Prima di riprendere il viaggio ci fermiamo a fare scorta di meloni (non Giorgia) e angurie presso una simpatica e ospitale famiglia letteralmente accampata sul ciglio della strada, manco fosse il posto più tranquillo e sicuro del pianeta.

Un’esplosione di colore e bellezza umana.

Presso questa capanna improvvisata capisco che tutte le mamme del Mondo sono uguali; a qualsiasi latitudine esse sono preoccupate che figli e ospiti possano morire di fame anche se, come nel mio caso, in evidente e drammatico stato di sovrappeso. Perciò mi trovo circondato da mille mani che allungano innumerevoli fette di qualunque qualità di melone: “assaggia, taste, mangiacheebbuono, unaltrafettaperlui”. Marta con la scusa dell’appena trascorso cagotto riesce a defilarsi dopo la seconda fetta. Io non ho scuse e non posso rifiutare. Alla sesta fetta faccio cenno all’autista psicopatico di mettere in moto per darci alla fuga.

Dopo pochi km qualcosa dento di me inizia a muoversi e ho la netta sensazione che non sarà una cosa bella.

Verso mezzogiorno arriviamo a Moynak, la città che più di ogni altra porta i segni dell’assurda tragedia del Lago d’Aral. In passato uno dei suoi principali porti di pesca, oggi Moynaq si trova a circa 200 km dall’acqua e ciò che resta della sua flotta di pescherecci arrugginisce sulla sabbia e il sale del lago prosciugato.

Prima di entrare nel locale Museo degli Studi Regionali per capire come diavolo sia successo questo scempio corro seguendo le indicazioni WC che finalmente trovo sul retro del museo. (Ore 12 – prima scarica). Ricompostomi e con un colorito itterico mi siedo e ascolto il documentario che spiega i motivi del disastro sgranocchiando fermenti lattici e pastiglie contro la dissenteria come fossero pop corn.

Molto in breve:
l’Aral era un immenso lago salato situato alla frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan.
Dal 1960 (quando il lago d’Aral era il quarto lago più grande del mondo) a oggi la sua superficie si è ridotta del 75%, e dei 68.000 km quadrati originali oggi ne restano poco più del 10%. Il restante 90% è sabbia, tutto il resto dell’acqua si è prosciugato, come si vede dalla foto sottostante scattata dal satellite Terra della Nasa.
Perché? Ai tempi della guerra fredda, per incrementare la produzione di cotone in una regione arida come l’Uzbekistan, i Sovietici attuarono un progetto di deviazione dei due fiumi che si immettevano nel lago tramite l’uso di canali. L’acqua prelevata venne utilizzata per irrigare i campi delle neonate colture intensive delle aree circostanti.
Essere umano mi fai cagare. Il che non mi serviva proprio in questo momento.

Pausa di riflessione. Ho la canzone:

Don’t go near the water
Don’t you think it’s sad
What’s happened to the water
Our water’s going bad

Oceans, rivers, lakes and streams
Have all been touched by man
The poison floating out to sea
Now threatens life on land

Sconvolti quanto basta ci dirigiamo verso una famiglia di Moynaq che ci ospiterà per il pranzo. Anche questo fa parte delle conseguenze del prosciugamento del lago. Un’economia basata sulla pesca spazzata via senza che venissero creati presupposti per fonti di reddito alternative. Così molte famiglie ospitano i gruppi di turisti in cambio di pochi Sum.
La famiglia ci accoglie con mille prelibatezze homemade. Chiedo dove sta il bagno e mi indicano un baracchino nel cortile. E’ una vera e propria latrina fetida con un buco sospeso nel baratro. Chi ci cade è perduto. (Ore 13 – seconda scarica).
Il black tea in ogni caso aiuta e mi sparo due belle tazzone bollenti.


Marta ormai ristabilita apprezza un piatto di patate e verdure cotto a vapore. Tazabay rispetta ma fa fatica a comprendere la sua scelta di essere vegetariana. “Why? Il montone, le pecore, le mucche sono fatte per essere mangiate”. Si spiegano i propri punti di vista. Io mi bevo il black tea e mangio anche un pezzo di obi, il pane tipico fatto in casa che sicuramente “sùga su“.
Ringraziamo e lasciamo definitivamente la strada asfaltata. Prossima destinazione: il cimitero delle navi.

C’è poco da dire a riguardo… Si tratta di alcune carcasse di pescherecci arrugginite a testimonianza e molto a favore di fotografi dei bei tempi che furono. Come detto, qualcosa per sopravvivere devono pur inventarselo. E’ qui che inizia a salirci la paranoia di essere parte del cosiddetto “turismo del disastro”, tipo quelli che andavano a farsi i selfy con alle spalle la Costa Concordia affondata per intenderci. In realtà qui la questione è molto più complessa. Qui è più essere testimoni di una tragedia causata dall’uomo che è ancora troppo poco conosciuta e che quindi va toccata con mano, compresa e per quanto possibile divulgata affinchè possa non ripetersi.

Proseguiamo verso ovest lungo l’antica sponda del lago, attraversando il fondale prosciugato per km e km incontrando decine di raffinerie di gas, una delle ricchezze uzbeke sfruttate quasi sempre da compagnie straniere. Il bacino asciutto si è trasformato in una densa steppa che mano a mano si dirada lasciando spazio ad una salina sconfinata. Sopra le nostre teste fino a poche decine d’anni fa pesavano metri cubi d’acqua. Se uno ci pensa non ci può credere. Credo invece che in questo momento e in un territorio così ostile devo cercare un riparo per dare sfogo alla mia cacca imminente.
Oltretutto davanti a noi si staglia ormai il desolato e vastissimo (200.000 km²) altopiano di Ustyurt. Devo fare presto. “Ehm… Sorry, can we stop to take some pictures?!?”

In effetti un po’ di foto le facciamo. Questa è la situazione “ripari” sul fondale del lago d’Aral.

Cerco il cespuglio più alto un po’ distante dalla macchina parcheggiata. Mi denudo completamente, perchè le cose, se vanno fatte, vanno fatte bene. Mi tengo solo le scarpe che non si sa mai se bisogna scappare. Attorno a me solo silenzio. (Ore 15 – terza scarica).

Percorriamo il cosiddetto Plateau a tutta velocità e ogni tanto ci fermiamo ad ammirare il paesaggio tanto desolato quanto suggestivo. Proviamo anche a scattarci delle foto in cui sembriamo magri ma invano.

Poi, dopo circa un paio d’ore di pista eccolo in lontananza. Il blu del lago d’Aral.

Scendiamo dal Plateau lungo una ripida mulattiera e ci facciamo mollare a circa 200 metri dalla riva che è l’esatta misura di ritiro annuale dell’Aral; tra un anno esatto la riva si troverà a 400 metri e tra 2 anni a 600 metri da questo stesso punto.
Lo scenario tuttavia è ancora mozzafiato. Le acque blu di questo “mar morto” a causa del grado di salinità concentrato nella poca acqua rimanente che contrasta con i colori tipici del deserto.

Tazabay ci mette in guardia dalle paludi di fango presenti nell’ultimo tratto precedente all’acqua: “occhio che si sprofonda”. “Tranquillo Tazabay, facciamo una passeggiata!”.

Sono momenti idilliaci, il mare, il tramonto, lei, ma come si sa la tragedia è sempre dietro l’angolo. Cerco di avvicinarmi all’acqua per “pociare” i piedi e mi ritrovo sprofondato fino a sopra il ginocchio nella melma fangosa. Totalmente immobilizzato, non avendo terreno solido su cui fare forza per uscirne, attendo l’intervento di Marta che grazie ad uno sforzo sovrumano riesce ad estrarmi dalle sabbie mobili.

Tazabay mi vede ed esclama alcune parole che tradotte in italiano credo significassero: “Che mona!”. Poi mi da una mano a ripulire.

Le ombre si distendono, scende ormai la sera e sono pronto per l’ennesima scarica, anche se pensandoci bene avrei potuto approfittarne mentre ero immerso nella melma. Sarà per la prossima volta. Arriviamo così al campo base con vista lago e prendiamo possesso della nostra yurta, l’equivalente della tanto apprezzata ger mongola. Il luogo e’ davvero incantevole, dopo un breve sopralluogo vado a battezzare lo sgabuzzino di lamiera con buco adibito a bagno del campo (Ore 19 – quarta scarica).

Per la cena ci riuniamo in una yurta più grande assieme a persone di altri tour quindi scambiamo quattro chiacchiere con spagnoli, olandesi, una famiglia di Torino, una ragazza giapponese e ovviamente le nostre guide. La tavola e il cibo si confermano il lasciapassare per eliminare qualunque barriera linguistica. Mangio solo il pane anche se i piatti che le cuoche del campo hanno preparato sono davvero invitanti. Vorrei evitare escursioni nell’oscurità.
Tutti siamo in attesa della grande stellata ma purtroppo il cielo è coperto e di stelle manco l’ombra. Peccato. Dopo cena abituiamo gli occhi all’oscurità e godiamo del silenzio del campo rotto solamente dal rumore dell’acqua del nostro malato lago d’Aral. Se siamo fortunati e le nuvole si alzano, alle 5 am potremmo ammirare l’alba sul lago. Ci laviamo i denti e ci puliamo qua e la con le immancabili salviette rinfrescanti. E’ tempo di fare la nanna.

Mercoledì 14 agosto 2019

Poco prima delle 5 mi alzo ed esco dalla yurta con la scusa di vedere l’alba. In realtà mi reco a passi svelti verso il cesso.
E’ stata una notte di sogni strani, rumori e movimenti indecifrabili dentro e fuori dalla yurta. Saranno gli spiriti della notte asiatica già conosciuti nelle ger mongole. O forse no, come scopriremo più tardi.
Dopo aver espletato le funzioni do un’occhiata al campo alle prime luci dell’alba mentre Marta mi raggiunge infreddolita. Il cielo è ancora coperto ma in miglioramento. A breve la luce inonda tutto.

Durante la colazione:
Marta: “comunque stanotte sentivo degli animali e non capivo se erano dentro o fuori la yurta…”
Io “erano i cani fuori…”
Ragazzo olandese: “…questa mattina mi alzo, apro lo zaino per prendere la felpa ed esce fuori un topo!”
Marta: “Ma ha detto mouse?!… Veramente?”
Io “No no avrai capito male… ha detto House… Perchè si sentiva a casa… (faccina con sorriso forzato e goccia di sudore sulla fronte)”…
Ecco cos’erano i movimenti che sentivo attorno a me nella yurta… Altro che spiriti delle tenebre!

 

Ricomponiamo lo zaino facendo attenzione a non portarci a casa ospiti poco desiderati e ritorniamo sul Plateau dove visiteremo alcune antiche rovine di caravanserragli che al tempo della via della Seta venivano utilizzati come veri e propri alberghi e punti di ristoro per uomini e bestie. Tazabay ci racconta che all’epoca il lago d’Aral era non solo una fonte di refrigerio per i viandanti ma anche una fonte di acqua potabile in quanto il grado di salinità dell’acqua era appena sopra lo zero.

 

L’innominato autista sfreccia sulle piste del deserto quando davanti a noi si materializza un crogiuolo di uomini e veicoli.
Una coppia di ragazzi dalla Repubblica Ceca sono rimasti a piedi con la loro auto: una Citroën Xsara con cui hanno viaggiato sin qui da casa. Meravigliosi eroi folli e incoscienti. Hanno spaccato un braccetto dello sterzo nel bel mezzo del nulla, ma già è arrivata una jeep da un campo di yurte poco distante con un driver dotato di figlio, pezzi di ferro e saldatore. Tutto si crea, nulla si distrugge ma soprattutto tutto si ripara. Salutiamo e auguriamo buona fortuna alla coppia ceca.

Visitiamo poi l’insediamento sovietico ormai abbandonato di Kubla Ustyurt proprio nel bel mezzo dell’Ustyrt Plateau. Una famiglia ci offre il latte di cammello, proprio quello che mi serve per la dissenteria… altro che fermenti lattici vivi!

Nelle foto il coraggio di Marta.

Incuriosito dall’ennesimo infinito monologo in Karakalpako del nostro driver, chiedo a Tazabay quale fosse l’argomento affrontato. Mi risponde lapidario, nel senso di lapide, “Parlava di sua moglie”.
Non mi sembra il caso di chiedere altro.
In quel momento veniamo sbalzati in avanti dai sedili a causa di un inchiodone pazzesco della macchina e anche del monologo. Stavamo per investire una rarissima volpe del deserto!
Spegniamo il motore. Lei, magrissima, è immobilizzata, come se fosse in attesa di qualcosa; allo stesso tempo è impaurita e indecisa sul da farsi, non sa se avvicinarsi o scappare. Tazabay sostiene che è assetata e alla ricerca di acqua, così lasciamo a terra una vaschetta con dell’acqua e ci allontaniamo lentamente.

Da qui a Nukus ripercorriamo a ritroso la pista dell’andata, gustandoci gli ultimi momenti sull’ex fondale marino.

Rientriamo a Nukus nel tardo pomeriggio, stanchi, impolverati, un po’ provati dalla diarrea (io) ma felici e soddisfatti di questa due giorni nel deserto del Karakalpakstan. Abbiamo visto e ora raccontato uno dei più gravi disastri causati dall’uomo negli ultimi anni. Per chi volesse approfondire e avere più dettagli sulla questione Aral consigliamo il seguente video tratto dal sito di Internazionale.

https://www.internazionale.it/video/2019/06/12/lago-aral-deserto

Da Nukus è tutto, linea a Tashkent per l’ultima tappa del nostro viaggio.

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Capitolo I – Samarcanda

Ridere, ridere, ridere ancora, ora la guerra paura non fa…” canta il Prof. Roberto Vecchioni.
Benvenuti a Samarcanda, non una città terrena” esclama lo scrittore di viaggio britannico Colin Thubron la prima volta che ci mette piede, poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Un nome che sembra cantare, una di quelle mete della fantasia che uno si porta nel petto dall’infanzia” scrive Tiziano Terzani in Buonanotte signor Lenin.
Samarcanda.
E’ sufficiente questo nome per stuzzicare la fantasia di un immaginario mitico fatto di carovane polverose lungo la Via della Seta, mercanti dai denti d’oro che conducono stanchi e assetati cammelli per centinaia, migliaia di km.
Samarcanda la più ricca e colta tra le città carovaniere dell’Asia Centrale, meta irrinunciabile per ogni viaggiatore.
Samarcanda che si trova… Già in che paese si trova?!? Ah in Uzbekistan!
Ci siamo guardati in faccia io e Marta e ci siamo detti “Perché no? Oltretutto da febbraio 2019 non serve più nemmeno il visto! Spettacolo si va”.

“Non viaggiamo solo per il commercio. Da venti più caldi sono infiammati i nostri cuori ardenti. Per la bramosia di conoscere ciò che non andrebbe conosciuto, percorriamo la Strada Dorata che porta a Samarcanda.”
(James Elroy Flecker)

Ed eccoci atterrati a Tashkent, lunedì 5 agosto 2019.
Giusto il tempo di registrarci presso la guesthouse che ci ospiterà per la notte e di un rapido sonnellino dopo 24 ore insonni che ci catapultiamo tra le caotiche strade della capitale uzbeka. Il metodo più indicato e in uso per muoversi in città è il taxi. Scopriamo (e testeremo spesso nei giorni a venire) che chiunque in Uzbekistan è un potenziale tassista. A fianco dei taxi ufficiali infatti tutto il parco auto circolante è disponibile a offrire passaggi in cambio di pochi SOM, la moneta locale.
E’ sufficiente alzare il braccio lungo la strada che subito si viene circondati e raccattati da macchine di passaggio (quasi tutte Chevrolet – ex Daewoo).

Una volta a bordo è necessario:
– Armarsi di tanta pazienza; pochissimi Uzbeki parlano inglese quindi spiegare la destinazione non è proprio una passeggiata
– Contrattare il prezzo; mai con cattiveria e sempre con il sorriso sulle labbra… Si ottiene quasi sempre uno sconto del 20-30% rispetto al prezzo iniziale (per una corsa di circa 10 minuti si parla di prezzi che variano tra 1 Euro e 60 centesimi… per questo non vale la pena di incazzarsi ma trattare è obbligatorio!)
– Inventare nuove e creative forme di comunicazione; il guidatore uzbeko quasi sempre tenta di comunicare ed è bellissimo: “ITALIA?!? CELENTANO! TOTOCUTUGNO! MILAN! MAFIA! BERLUSCONI KAPUT!” “MORTI, MORTI, SONO TUTTI MORTI I THINK”

Qualche volta il coefficiente di difficoltà può anche aumentare drammaticamente come ad esempio in occasione della nostra prima corsa in taxi a Tashkent.
Jacopo: “Hello! Railway station please. CIUF CIUF”.
Autista “AAAAAH uhh”
Jacopo: “Pardon?”
Autista: “AAAAAG”
Marta: “è sordo.”
Jacopo: “ma come sordo… lo conosci?”
Marta: “…” “scrivilo sul telefono: STATION TRAIN”
Jacopo: “gegna”
Autista: cenno della mano con pollice in alto e indicazione del prezzo sullo schermo del telefono.

Grazie tecnologia. Si parte!

Arrivati alla biglietteria della stazione mi accorgo di non avere con me il passaporto… “Cazzo l’avrò lasciato in camera”. Riusciamo comunque dopo una fila di mezz’ora ad acquistare i biglietti per il treno NO TAV chiamato Sharq destinazione Samarcanda. Felicità.
Cambiamo dei dollari in SOM e ceniamo in un ottimo ristorante indiano in zona stazione. Niente taxi per il ritorno, facciamo due passi in modo da vedere un po’ di città da cui ripartiremo domani mattina. Lungo la strada decine di “bancarelle” improvvisate per la vendita di angurie e meloni, tra i prodotti più tipici dell’agricoltura uzbeka.


Pur essendo le 11 di sera incrociamo un sacco di gente fuori a passeggiare comprese tante famiglie. Di giorno le temperature possono superare anche i 45 gradi perciò gli orari vitali sono spostati in avanti verso le ore in cui le temperature ritornano ad essere più clementi.

Una volta in camera mi metto a cercare il passaporto, dapprima in maniera rilassata, poi, non trovandolo, in maniera leggermente più nervosa. Sudorazione fredda e secchezza delle fauci. Ribaltiamo la camera ma del passaporto nessuna traccia. TACHEMO BEN.
Poi un lampo di genio.
Marta “non è che è rimasto giù alla reception sulla fotocopiatrice quando ci siamo registrati”?
Jacopo “corro”.
Ragazza alla reception: “SORRY SORRY SORRY SORRY”
Jacopo “It’s OK ma mi devi 7 bypass”

Martedì 6 agosto 2019
Questa volta col tassista sembra andare tutto liscio ma mai cantare vittoria troppo presto.
Tashkent railway station!” “OK! Italiano totocutugno!” “BRAVO!
E in men che non si dica siamo in effetti alla stazione di Tashkent carichi dei nostri zaini Bruttofigliodiputtana e Nettolozaineetto.
Facciamo per entrare quando uno sbirro ci chiede dove dobbiamo andare. “Samarkand!” Rispondiamo noi in coro.
Sbirro: “Samarkand station not here. 4 kms away”.
Noi: “ma come?!?” – seguono numerose bestemmie – La temperatura supera già i 35 gradi e il nostro treno parte tra circa 20 minuti. Dobbiamo trovare un taxi al volo. Si ferma un signore completamente senza denti. Saliamo e non discutiamo neppure il prezzo.
Corri cavallo corri ti prego, fino a Samarcanda io ti guiderò
Lo sdentato guida svelto e saliamo al volo sul nostro treno già pronto al binario 2.
All’interno della carrozza di austera fattura sovietica ci accoglie una temperatura di circa 56 gradi che si stempera non appena mettono in moto e la tanto attesa aria condizionata inizia a circolare.
We can do it! Si va!

Ci accomodiamo a metà pomeriggio nel delizioso giardinetto interno della Marhabo Guesthouse, all’ombra di uno splendido caco. Dall’interno dell’abitazione dei proprietari udiamo un suono che poco a poco si fa strada nel nostro cervello. E’ il rumore di un coltello che taglia sull’asse di legno. “Ti prego fa che si materializzi un vassoio con un’anguria tagliata a fette”.
E così fu. “Welcome watermelon!”

Col giusto rinfrescato piglio ci dirigiamo verso il fulcro della città, uno dei luoghi più straordinari di tutta l’Asia Centrale, il Registan, con la sua profusione quasi esagerata di maioliche e mosaici di colore azzurro. Il Registan era il centro commerciale della Samarcanda di epoca medievale, un vero e proprio bazar delimitato dalle tre imponenti medresse. Samarcanda fu l’epicentro delle rotte delle carovane di spezie che percorrevano lente la Via della seta. Avvertiamo l’emozione di trovarci in un luogo leggendario, per quanto negli anni sia stato modificato o restaurato, sotto l’immagine da cartolina vi sono tonnellate stratificate di storia e di arte. Meraviglia vera.
Iniziamo ad esplorare le medresse che oggi ospitano una miriade di negozietti nascosti al proprio interno. Cerchiamo di spostarci sempre restando all’ombra come dei veri e propri ninja.

Al centro della piazza si sta allestendo un palco enorme che ospita per tutto il mese di agosto il festival Sharq Taronalari con numerosi gruppi di ballo e musica tradizionale in una cornice incantevole.
Ci sediamo all’ombra e osserviamo. Il caldo si fa sentire ma è secco e una brezza costante rende il clima più che piacevole.

Verso le 4pm ci cacciano perché le prove stanno entrando nel vivo e allora ci dirigiamo verso la Moschea di Bibi-Khanym che un tempo fu una delle moschee più grandi del mondo islamico. Ci abbandoniamo in una delle panchine del cortile centrale, i turisti sono pochi e regna il silenzio. Si respira serenità. Stiamo bene. Siamo in vacanza.

Ultima tappa della giornata è un’immersione tra i colori e i profumi del Bazar Siob dove tutti i giorni i banchi vengono riempiti da cataste di frutta secca, verdura, angurie di tutti i tipi ma anche abbigliamento e cianfrusaglie varie. Presenza immancabile il pane tipico uzbeko – lepyoshka – che consiste in una sorta di disco poco croccante che viene cotto a contatto della parete di un forno artigianale.

Siamo pronti per la cena e per la scelta del ristorante ci facciamo consigliare dal gentile proprietario della nostra guesthouse.
“We would like to eat some local uzbeki food”
“No problem”.
Un suo amico tassista prontamente accorso ci porta in un locale che di turisti manco l’ombra… Bene così!
Assaggiamo due tipi di zuppe a base di verdura con della panna acida ad accompagnare, un’insalata mista in cui i pomodori sanno veramente di pomodori, i peperoni sanno veramente di peperoni e la cipolla sa veramente di cipolla, un paio di spiedini di carne di montone, pane uzbeko, bottiglione d’acqua e l’immancabile black tea a chiudere. Totale spesa 50000 SOM ovvero circa 5 Euro.

All’uscita scopriamo che il nostro amico tassista ci ha aspettato per portarci a casa, passando il tempo a chiacchierare con alcuni personaggi del ristorante; noi lo ringraziamo e lui per farci ancora più felici fa partire HIT MANIA DANCE ESTATE 1993 perciò rientriamo cantando e scambiando gesti di approvazione per i pezzi vergognosi che si susseguono.

Mercoledì 7 agosto 2019

La giornata non può che iniziare bene con una coccola di colazione sotto il caco.
Black Tea, frutta secca, frutta fresca, uova, formaggio, bacon, pane, marmellata.

Siamo pronti per affrontare un altro dei pezzi forti della città ovvero Shah-i-Zinda, un vero e proprio viale di mausolei ornati con alcune delle più belle decorazioni in piastrelle del mondo musulmano, alcune risalenti addirittura al XIV secolo.
Marta può in questa occasione essere molto #fashonblò in quanto le viene gentilmente “prestata” una gonna di colore verde (colore sacro che simboleggia la religione islamica) per poter effettuare la visita.

Dallo Shah-i-Zinda partiamo in esplorazione di alcune vie secondarie di Samarcanda fino a raggiungere un altro bazar all’aperto dove troviamo del vero cibo di strada: assaggiamo le uzbek somsa, dei triangoli di pasta sfoglia ripieni di cipolla o di macinato di carne. Squisiti. A questo punto una pausa pennica al parco è quasi d’obbligo. Qualcuno russa e la vera notizia è che per una volta non sono io.

Abbiamo ancora il tempo per visitare il mausoleo di Tamerlano, nome italianizzato di Timur “lo zoppo” o ancora meglio Gur-e-Amir, il condottiero turco-mongolo che tra il 1370 e il 1405 conquistò larga parte dell’Asia centrale e occidentale, fondando l’Impero timuride.
Va detto ad onor di cronaca -soprattutto per i tanti fotografi che leggeranno queste righe- che dalle ore 18 in poi, quando il sole ormai si appresta a iniziare la fase del tramonto si crea sugli edifici di mattoni e maiolica azzurra una luce molto calda che ne aumenta ulteriormente la bellezza.

Dopocena decidiamo di rientrare a piedi, e’ l’ultima notte a Samarcanda prima della partenza per Bukhara quindi vogliamo gettare un ultimo sguardo al Registan più consapevoli che dietro a questa straordinaria bellezza c’è qualcosa di ancora più potente e leggendario. Una storia millenaria fatta di viaggi, di scambio di merci, di incontri, di persone con costumi, tradizioni, e religioni diverse, di racconti, di arricchimento culturale reciproco. Una società all’avanguardia, un polo culturale, un ombelico del mondo. Attorno a noi la città si muove, discute, balla, si diverte, consuma insieme litri e litri di coca cola, le bottiglie grandi, quelle da un litro e mezzo. Parola d’ordine CONDIVISIONE.

“Ora che ho visto Samarcanda, non potrò più sognarla”

(Tiziano Terzani)

 

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