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Altai – capitolo IV – Sogni sciamanici

E’ stata una notte di sonno pesante e di sogni difficilmente interpretabili. Sogni di aquile, sciamani e di natura furiosa. L’ambiente in cui siamo immersi ha avuto ormai il sopravvento anche sul mio inconscio.
Usciamo dalla ger alla spicciolata cercando ognuno il proprio “posto nel mondo” con il rotolo di carta igienica sottobraccio. Durante la disquisizione aristotelica nel bel mezzo di un cratere naturale mi accorgo di essere letteralmente circondato da decine di falchetti intenti ad osservare lo spettacolo che evidentemente reputano avvincente. Non nego di essere sopraffatto da una certa ansia da prestazione.
Voyeurismo.
Un tuffo nello splendido Khoton Lake e siamo pronti per colazione.


Anche questa mattina lo scenario è magnifico.

Oggi raggiungeremo con le UAZ la zona di Baga Oigor per ammirare i petroglifi di Tsagaan Sala, vere e proprie incisioni rupestri risalenti all’età del bronzo, realizzate con strumenti appuntiti come rocce o punte metalliche.
L’interpretazione di queste figure varia da quella legata a riti religiosi di tipo sciamanico, a quella di figure fatte prevalentemente per passatempo da pastori fermi a guardia delle greggi.

Le incisioni sono meravigliose anche se qualcuna di esse è stata vandalizzata da esseri umani sicuramente non appartenenti alla specie Homo Sapiens Sapiens.
Da qui decidiamo di ripercorrere a piedi la strada del ritorno fino al nostro campo. Distratti dalla bellezza dei luoghi scegliamo però la parte più scenografica del percorso, il che ci porterà a sbagliare strada più volte o a scontrarci con paludi o rami del lago non attraversabili se non a nuoto.
Da questa situazione salta fuori quindi un vero e proprio trekking di 4 ore sotto un sole che ci abbrustolisce tutta la parte destra del corpo.

Arriviamo al campo quando ormai è tardo pomeriggio, il sole è magnifico quindi ci concediamo un altro bagnetto mentre le nostre spettacolari cuoche preparano un pranzo che diverrà un tutt’uno con la cena.
I nostri drivers, smaltita la “balla” della sera prima (o forse no), ci intrattengono con canti tradizionali kazaki. L’atmosfera come sempre è da pelle d’oca e non solo per la temperatura che nel frattempo si è notevolmente abbassata.

La giornata successiva è dedicata a far provvista e al trasferimento. Come prima tappa raggiungiamo un piccolo market, che poi in realtà sono due, sistemati proprio uno di fronte all’altro.
Vendono entrambi gli stessi prodotti agli stessi prezzi e penso: che bello trovare inaspettatamente qualche elemento di caro vecchio socialismo sovietico. Pugni chiusi.
Sembra di essere entrati in un vecchio saloon del Far West, di quelli con le porte basculanti a mezza altezza e la polvere sugli scaffali; dietro al banco il vecchio e sdentato zio Sam tiene un fucile nascosto sotto il bancone.
I prodotti esposti non risultano particolarmente invitanti: sacconi di biscotti sfusi appoggiati a terra, dolciumeria varia rigorosamente scaduta, alcolici e qualche cibo in scatola non meglio identificato. In realtà al cibo scaduto qui in Mongolia abbiamo fatto l’abitudine e anche gli anticorpi. Abbiamo capito che si tratta un “problema” di tempi più che di mancanza di spirito di conservazione, ovvero il tempo di approvvigionamento dei negozi è superiore a quello della scadenza di certi prodotti per questo si trova spesso cibo scaduto sugli scaffali. Nessuno di noi in ogni caso in questi giorni è stato male il che fa molto riflettere sulla quantità di cibo che ogni giorno viene buttata nelle nostre case e nei nostri numerosi ipermercati.
Alla fine optiamo per del pane confezionato e del (presunto) tonno in statola oltre a della vodka e a qualche tavoletta di cioccolata.
Sfruttiamo lo scenario attorno al negozio per scattare alcune foto artistiche (che poi non si dica che non ci siamo lavati in Mongolia).

Lungo il percorso verso il Tavan Bogd, all’estremità occidentale della provincia del Bajan Olgij sulla linea di confine tra Mongolia e Cina si incontrano varie tipologie di cimiteri Kazaki, le cosiddette ”città dei morti”. Costruzioni di legno scuro intrecciato al cui interno viene scavato un buco in cui viene posto il cadavere. Su alcuni tetti svetta la mezzaluna islamica, in altri grandi tumuli di pietre.

Le nostre UAZ volano per strade tortuose intervallate a pianori infiniti lasciandosi alle spalle nuvole di polvere. Chi è dietro mangia la polvere, che almeno non è scaduta.

Verso sera ci accampiamo in una stretta valle ai piedi del Khuiten Uul, il monte più alto della Mongolia con i suoi 4374m. Appena sotto la nostra ger scorre impetuoso il Tsagaan Gol soprannominato “fiume bianco” per il colore dell’acqua che scende direttamente dal ghiacciaio di Potanii. Domani ci aspetta il trekking più impegnativo del viaggio proprio per raggiungere il ghiacciaio: 36 km andata e ritorno in condizioni atmosferiche previste non proprio estive. Ene enfatizza e distribuisce terrorismo psicologico aggratis: “domani troveremo neve su ragazzi… avete roba da vestire pesante a sufficienza? Moriremo tutti… Lasciate ogni speranza o voi che entrate… Perchè non siete andati in vacanza a Jesolo?!?”. Evidentemente era tutta una scusa per farci andare a letto presto. Del resto non è che i dintorni del campo offrissero molte distrazioni.
Tranne una.
Dopo un breve temporale un raggio di sole disegna l’arcobaleno più bello che io abbia mai visto.
Questo Paese quando meno te l’aspetti è capace di prenderti a schiaffoni con la sua bellezza.

E infine venne il giorno del grande trekking! Per l’occasione decido che è il caso di uscire dallo zaino e indossare l’unico paio di pantaloni lunghi che mi sono portato via, scelta che si dimostrerà molto saggia nel corso della giornata.
Dopo aver registrato nomi e passaporti presso l’ufficio delle guardie del parco ci incamminiamo in salita belli imbacuccati attraversando paesaggi incredibili spazzati da un vento glaciale che ci fa colare il naso e ci taglia la poca pelle del corpo scoperta.

Vorrei evitare di ripetere sempre gli stessi aggettivi per descrivere questi luoghi perciò do direttamente la parola alle foto che in alcun modo sono sufficienti a descrivere a pieno la bellezza nella quale siamo rimasti immersi durante le dieci ore di cammino.
Abbiamo attraversato pietraie, paludi, greggi di cavalli, capre e yak, incontrato cammelli portatori di pesi enormi. Abbiamo avuto il tempo di parlare tra di noi, di condividere fiatone ed emozioni ma anche di isolarci e riflettere in perfetta solitudine (del resto lo spazio di certo non mancava). Abbiamo avuto il tempo di prendere il nostro tempo, il nostro ritmo, il nostro passo. Davanti a noi la meraviglia del ghiacciaio Potanii, passo dopo passo sempre più vicino.

E’ il momento più bello del viaggio.

Non mi capitava dal viaggio in Islanda di sentirmi così totalmente immerso nella natura che mi circonda. La natura che da un lato ti ammaglia e dall’altro ti bastona con la neve e il vento gelido sulla faccia. Sto bene e mi sento fortunato a poter vivere tutto questo.

Il modo migliore che abbiamo di celebrare il nostro arrivo alla meta tanto agognata è aprire le lattine del famoso “presunto tonno” comprate al saloon. E sarà che comunque la fame c’era, non era per niente male! Pesce immerso in un’improbabile salsa di senape… Che bontà.
Il ritorno verso il campo ci mette duramente alla prova, ci sembra infinito.
Durante una delle tante pause, mentre siamo sdraiati sull’erba, veniamo letteralmente attraversati da un enorme gregge di capre. Non ci spostiamo di un millimetro così si aprono attorno a noi come fossimo degli appestati.

Torniamo al campo quando ormai è ora di cena. Se mi soffio il naso probabilmente uscirà acido lattico – penso .

Sono i momenti in cui una lunga doccia calda ci starebbe proprio bene ma hey, ci sono sempre le gelate e ritempranti acque bianche del Tsagaan Gol!
Fa un freddo assurdo, mi immergo solamente dalla cintola in giù ma non resisto più di 7 secondi; sembra che un intero set di coltelli forgiati per l’occasione da Hattori Hanzo mi si siano conficcati nei piedi e stiano cercando di risalire fino alle braccia.
C’ho du ghiaccioli al posto dei cojoni” cit. perciò mi asciugo e rientro velocemente al calduccio nella ger.
E’ stata una giornata straordinaria e già mi viene lo sgomento a pensare di ritrovarmi di nuovo nel caos irrespirabile di Ulan Bator.

Per fortuna abbiamo ancora un giorno di decompressione durante il quale torniamo ad Olgii dove la sera saremo ospiti nella ger di famiglia di Aidos. Non solo dopo una settimana abbiamo la possibilità di utilizzare un WC e farci una doccia, ma nel pomeriggio decido di addentrarmi nella piccola cittadina in cerca di un barbiere. Mi abbandono al massaggio shampoo della giovane parrucchiera mongola e ripenso ai giorni passati in questa terra incredibile ridestandomi dai sogni ad occhi aperti (tipo Walter Mitty) solo al momento di pagare il conto (ben un euro e cinquanta!).
Aidos ci accoglie nella sua ger in maniera straordinaria; cena da paura (certo si, sempre montone ma ci saremmo tutti rimasti male se non ci fosse stato) con tanto di due musicisti locali addetti all’intrattenimento con musica kazaka.

Stiamo bene anche se il pensiero è che questa magia presto sarà finita e allora meglio bere: birra birra birra vodka vodka… Ad un certo punto salta fuori che in villaggio c’è addirittura una discoteca… Andiamoci! Bottiglia di vodka bottiglia di vodka. Ehi ma quello è un matrimonio? Cerchiamo di entrare, no ma è finito, stanno uscendo. Aidos hai ancora quella bottiglia di vodka in macchina? SI. Bene.
Ultima notte di bagordi prima del lunghissimo viaggio di rientro via Ulan Bator – Pechino – Roma… non tutti dimostrano di avere il fisico…

 

Epilogo

Hai la prova che un luogo ti rimane dentro quando per molto tempo dopo la fine del viaggio continui a sognarlo, talvolta anche ad occhi aperti.
A me succede ancora oggi. Ogni giorno ripenso almeno una volta alla Mongolia.
Mi mancano la terra riarsa del Gobi, la tabula rasa elettrificata, i cammelli, i volti delle persone che ci hanno accolto, i bambini liberi di giocare nel piano infinito, il profumo delle ger, i bagni all’aperto, i monti Altai, Katiusha, i sogni sciamanici, avvertire la magia ancestrale e la solitudine che avvolge quei luoghi, le colazioni a Khoton lake, ascoltare i CSI con le mie compagne di viaggio…
Scrivere questi quattro capitoli è stato terapeutico per fissare e rielaborare la grandezza di quanto vissuto o almeno di quello che sono riuscito a mettere nero su bianco. Come sempre alla fine dell’ultimo capitolo provo la stessa sensazione di quando chiudo lo zaino sapendo di aver dimenticato qualcosa, ma in fondo è giusto e più bello così… Rimanere sempre un po’ incompiuti ci spinge a non fermarsi mai e a cercare di conoscere qualcosa di nuovo.

Dieci fratelli non possono amarti come un padre.
Dieci strati di seta non sono più caldi di uno di lana.
Cinque sorelle non possono amarti più di una madre.
Ma una pelliccia calda, per quanto malconcia, è utile quando inizia a far freddo.

Antica presia mongola

 

AH CAZZO! LA CARNE DI MONTONE! ECCO COSA MI MANCA DI PIU’… LA CARNE DI MONTONE.

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il Gobi – capitolo II – Tabula rasa elettrificata

Maciniamo chilometri, superiamo gli ostacoli.

Le nostre UAZ divorano la strada ma a volte esagerano e tocca far manutenzione straordinaria a pneumatici e altri componenti “esposti”.

Siamo alle porte del mitico Gobi.

La pista che seguiamo è tracciata da due linee parallele nella terra rossa e crepata dall’aridità.

Attorno a noi la famigerata “Tabula rasa -solo a tratti- elettrificata”.

Il primo segnale del nostro ingresso nel Gobi è la presenza dei cammelli, le navi del deserto. In tutta la Mongolia se ne contano ben 260000 esemplari, ognuno dei quali produce 250 kg di sterco all’anno, certamente una caratteristica ereditata dai dinosauri che popolavano la zona qualche milione di anni fa.

A proposito di dinosauri, ridendo e scherzando a bordo di Katiusha, siamo arrivati in quel di Bayazang, il sito dove l’equipe di Andrews, il nostro ricercatore americano di fossili, portò alla luce più di 100 scheletri di dinosauro.

Il cuore a mille come a Stalingrado.

Purtroppo però non è qui che potremo ammirare la meravigliosa collezione in quanto il tutto fu prelevato e trasferito al museo di storia naturale di New York.

In ogni caso è molto bello pensare che dove attualmente stiamo passeggiando, alcuni Velociraptor tendevano terribili agguati alle loro prede.

Poco distante da qui l’incredibile spettacolo delle Flaming Cliffs, formazioni rocciose dal colore fiammeggiante. All’ingresso del parco una signora a un banchetto di souvenir, per lo più frammenti di fossili o presunti tali, ci spiega come distinguere un vero “osso di dinosauro” da un qualunque sasso: l’unico metodo certificato dalla comunità scientifica (che lei per noi rappresenta) è limonarlo.

Se, passando la lingua sulla superficie del sasso, questa si incolla allo stesso, saremo in presenza di un vero e proprio ritrovamento di fossile e riceveremo istantaneamente in dono il diploma da Indiana Jones e probabilmente la mononucleosi.

In nome dell’archeologia limono tutte le pietre del banchetto.

Limonare può capitare.

Tutto il resto è l’incredibile spettacolo delle Flaming Cliffs

Ancora con il sapore di sabbia in bocca ci dirigiamo verso una delle attrazioni più importanti e visitate della Mongolia ovvero le Khongoryn Els, letteralmente “le dune che cantano” per via del suono che si genera quando la sabbia viene mossa dal vento.

Non prima di avere consumato un lauto pranzo a base di… indovinate un po’?!?

La duna di sabbia è indescrivibile a parole così come la fatica per scalarla. La vista tutt’attorno… pure.

Il tramonto ci accoglie all’arrivo al Camp Erdene; la giornata è stata intensa e c’è bisogno di celebrarla con un’ottima cena a base di inaspettati noodles al montone, birrette Gengis Khan e, visto che è il 10 di agosto, un paio di stelle cadenti.

Più notti trascorro nelle ger più sento il desiderio di averne una anche in Italia, di abbandonare il mio piccolo appartamento in città per vivere in mezzo a un prato dentro questa struttura accogliente ed essenziale.

Durante colazione spesso parliamo di come abbiamo trascorso la notte; la costante per tutti è la quantità di sogni che ogni mattina riusciamo a ricordare. Sogni per lo più stranissimi! Ene ci racconta così qualche leggenda ma anche vere e proprie credenze delle popolazioni nomadi mongole, storie di spiriti di animali e di sciamani che durante la notte visitano le ger… spiriti buoni ma anche spiriti cattivi…

Brividini.

Uscendo dal camp vedo una cosa che non avevo notato ieri sera: un canestro da basket si staglia nel bel mezzo del nulla. Questa è poesia, questa è la giornata tipo del baskettaro minors mongolo.

Quanto vorrei avere una palla a spicchi adesso!

Oggi ci attrezziamo per un pic nic e conseguente trekking nella Yolyn Valley, una stretta gola che segue il corso del torrente Yol, un canyon davvero magnifico che si fa largo tra passaggi strettissimi e prati aperti colorati dalla lavanda.

Alcuni di noi scelgono il cavallo come mezzo di trasporto, io e Giovanna ci avventuriamo per la stretta valle a piedi.

Per la seconda parte del percorso rimontiamo sulle UAZ e ci infiliamo in gole davvero suggestive dove troviamo anche una troupe televisiva mongola che sta girando un film sulla zona… del resto quale scenario migliore? Questo luogo è davvero emozionante, sembra di essere in un set televisivo ma è la realtà.

 

E cos’altro poteva mancare se non un tramonto mozzafiato a colorare la valle di mille tonalità di rosso? E’ la luce pazzesca, è la luce che piace a noi! CIT.

Proseguendo verso il camp la radio di Katiusha collegata all’ipod trasmette The Smiths e Radiohead.

Ok lacrimuccia, adesso puoi scendere.

Nella notte godiamo di una stellata clamorosa, almeno fino a quando non vediamo sorgere un’enorme luna rossa che illumina a giorno il deserto attorno a noi.

I due giorni successivi sono giorni di trasferimento che ci riporteranno a Ulaanbaatar da dove ripartiremo per la seconda parte del viaggio nell’ovest del Paese. Saranno gli ultimi giorni in cui potremo stare con Katiusha e il mio magone è come l’universo: in espansione.

Durante il viaggio abbiamo la possibilità di visitare una famiglia mongola e di provare addirittura a mungere le capre; l’operazione parrebbe più piacevole che complessa ma non è proprio così. In ogni caso “sono sempre belle le tette” (autocit.).

Dopo questo duro lavoro in “fattoria” siamo invitati a gustare alcune tazze di latte nella ger familiare.

Il resto del tempo che ci separa da Ulaanbaatar lo dedichiamo essenzialmente a nutrirci.

La regola che dice “dove che ghe xe camion e furgoni parcheggià fora se magna tanto e ben” è stata verificata anche qui nel deserto del Gobi. In una ger-autogrill sudicissima ci sbafiamo porzioni enormi di buuz (ravioli) e khuushuur (frittelle di montone fuori ghiacciate, dentro palla di fuoco 3000 gradi farenheit!). Al nostro fianco una compagnia di venti operai condivide una terrina di acciaio dalla quale tutti pescano, rigorosamente con le mani, pezzettoni o brandelli più o meno grandi di carne di capra e condividono tazze di latte e vodka.

E’ un gusto vederli mangiare e poter assistere a momenti di condivisione così sinceri. Che fame.

Tra un pasto e l’altro oziamo in distese sterminate di erba cipollina.

Non voglio tornare a Ulaanbaatar, lasciatemi qui a fare il soffritto.

E invece dopo sette giorni nel deserto siamo di nuovo immersi nella caotica e inquinata capitale UB. Che trauma! Per fortuna staremo qui solamente il tempo necessario a ricostruire lo zaino, lavare qualche paio di mutande e soprattutto noi stessi prima di affrontare la seconda parte del viaggio che si preannuncia, se possibile, ancora più selvaggia ed emozionante.

Tocca anche salutare la mia amata Katiusha che ci ha accompagnati per queste strade, piste, meravigliose. Un abbraccio ai drivers Bubu e Ghanà ma il più grande e commosso va a LEI. Porterò con me per sempre il tuo grigiore non metallizzato mia amata Katiusha.

Ti guardo andare via con il cuore in lacrime, il pugno ben chiuso in alto e il coro dell’Armata Rossa.

Я люблю тебя Катюша

Quanto a voi… Ci rivediamo sugli Altai!

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