Capitolo III – Khiva

Sabato 10 agosto 2019

Prima di salire sul treno a bassa velocità che in appena 6 comode ore ci porterà a Khiva, ci concediamo un’ultima passeggiata attorno alla vasca di Bukhara. Il cammino ci riserva due incontri molto particolari. Prima veniamo quasi investiti da meravigliosa una FIAT 128 del 1973, che se proprio uno deve scegliere una macchina da cui farsi stirare non sarebbe neanche male tutto sommato! Dicesi: “finire in bellezza”. Si tratta di un equipaggio che percorre le selvagge rotte del mitico “Mongol Rally”, un Rally non competitivo ed a scopo di beneficenza descritto dagli organizzatori come “la più grande avventura del mondo“. Di fatto una cozzaglia disperata e molto colorata di veicoli strampalati (cilindrata max consentita 1200cc) in partenza dall’Europa per arrivare –Inshallah– fino a Ulan Bator, capitale della Mongolia. L’equipaggio della Pulvis and Benzin è composto da due ragazzi di Gallarate e Marta è felice di poter parlare la sua lingua per un po’. Ci raccontano come è andato il viaggio fino a quel momento e i loro timori per i km a venire. Alle porte ci sono infatti le inviolate vette del Pamir. Facciamo in bocca al lupo e andiamo a gustarci l’ennesimo black tea a bordo vasca ed è proprio qui che avviene il secondo incontro mattutino: un simpatico anziano uzbeko si avvicina al grido (si perché non parlava, lui gridava) di:
“uerariufrom? -ITALY! -itali!!!! Totocutugno lasciatemicantaaaaree”
“ESticazzi! eeeeh ma Albanoeromina is better!”
All’improvviso estrae un sacchetto di dolcetti che vuole a tutti costi farci assaggiare. Ci dice che li ha preparati la moglie e ovviamente non possiamo rifiutare. Si tratta di biscotti fritti ripieni di miele. Dolcissimi e veramente buoni. Noi apprezziamo e lui ce ne offre un secondo e poi un terzo. Satolli ringraziamo e ci affrettiamo a recuperare gli zaini prima di raggiungere la stazione di Bukhara.

Il viaggio procede tranquillo tra chiacchiere e sonnellini fino a quando, dopo circa un paio d’ore, una mano stringe fortissimo il mio braccio. Marta, con un colorito tendente al bianco/giallo/verde che neanche l’alleanza di governo, e in preda ai sudori freddi mi dice: “devo andare in bagno”.
“Ok c’è quello all’inizio della carrozza… non è un granché ma mi pare che il bisogno sia abbastanza urgente…”
Torna dopo 10 minuti con la faccia di quello che ha appena premuto il pulsante sbagliato causando il disastro alla centrale di Cernobyl.
“Devo fare evacuare il treno?”
Per tutto il resto del viaggio non ho avuto il coraggio di entrare in quel bagno. So solo che dopo circa un’ora si è mossa un’intera squadra di uomini e donne delle pulizie armata di bombe al CIF per cercare di sistemare ciò che era avvenuto in quel metro quadro di lamiera. Inutile dire che le quattro ore successive sono trascorse alla metà del tempo normale, intervallate da abbondanti scariche e prelievi dalla farmacia di viaggio (grazie Papà Stefano, Dio benedica il Normix e i fermenti lattici).
L’arrivo alla stazione di Khiva è una vera benedizione.
Non ci mettiamo neanche a contrattare con il tassista, ci facciamo portare alla nostra guesthouse direttamente senza passare dal “VIA!” e ritirare le 20.000 Lire. Il tassista come sempre ha voglia di parlare e tra le altre cose ci chiede i nostri programmi per i giorni successivi. Gli spieghiamo che dopo Khiva ci spingeremo a Nukus per andare a visitare quel che resta del Lago d’Aral. Dice che se vogliamo ci può portare lui a Nukus, con il suo taxi e allora ci lascia un biglietto da visita cosicchè potremo ricontattarlo.

E ormai sera, io recupero del the caldo e ce ne stiamo in camera tranquilli.

Domenica 11 agosto e lunedì 12 agosto 2019

Dopo una notte relativamente tranquilla decidiamo di affrontare Khiva con molta calma, prendendo il nostro tempo ed evitando di uscire nelle ore più calde quando la temperatura supera i 40 gradi. Essendo Khiva una piccola città-museo tutto rimane a portata di mano, compresa la nostra stanza e nello specifico il nostro bagno in caso di emergenza!
Intifada!

Quello che colpisce di Khiva non e’ il singolo monumento, il grande minareto Kalta Minor o il Khuna Ark, l’antica residenza dei sovrani, ma è il fatto di essere immersi in un complesso unico di moschee, di palazzi e delle medresse mimetizzate tra le case della gente comune, il tutto all’interno delle antiche mura che fanno di questa città un piccolo gioiello, una vera città delle fiabe. Beviamo molto black tea e andiamo alla ricerca di immagini di vita “normale”, fuori dal classico circuito turistico.

Marta sta un po’ meglio e per la cena andiamo alla ricerca di un ristorante frequentato da gente locale al di fuori delle mura. Missione compiuta in quanto capitiamo in un posto di quelli che noi veneti definiremmo un “punaro” = posto dove che vien slevà le gaìne (luogo dove vengono allevate le galline). Il luogo ideale dove ordinare del cibo soprattutto nel bel mezzo di un attacco di un virus intestinale. Il livello di difficoltà si alza ulteriormente quando si palesa un ragazzino di 10 anni che viene a raccogliere le ordinazioni. Di Inglese non se ne parla quindi tentiamo a gesti di chiedere del riso con della verdura e del pollo. Riso non ce l’hanno però ci elenca una lista infinita di carni allo spiedo e addirittura ci propone piatti di pesce che ci indica sguazzanti in alcune vasche piene di un’acqua non troppo limpida. Prendiamo del pollo e della verdura alla griglia. Ci arriva del pollo e del pane. Io mangio il pollo, Marta mangia il pane e i numerosi gatti che gironzolano sotto il nostro tavolo fanno pulizia delle briciole. Bastava chiedere e ci avrebbero grigliato anche quelli.

Ma proprio quando pare che il peggio sia passato (intestinalmente parlando), durante la notte una nuova crisi di nausea e mal-di-pancia con conseguente crisi di panico colpisce Marta, ed ecco che la creatività emotiva ha il sopravvento: “dovevamo andare a Cesenaticoooh, mi sarò presa l’epatite ABCDEFG!” E allora ecco che mi ritrovo a “interpretare” il foglietto illustrativo del Normix con la sacralità di un libro sacro, smantellando una dopo l’altra tutte le tesi di tremende malattie incurabili pronosticate dalla paziente.
Verso la mezzanotte la luna è quasi piena e ritorna la calma in camera e sulla città di Khiva.

L’indomani è ufficialmente guarigione. Attorno alla città c’è un gran fermento (non lattico stavolta) in quanto appena fuori dalla porta est si stanno allestendo un gran numero di strutture in legno, come dei padiglioni atti ad accogliere una grande festa. E proprio di questo si tratta. Una grande fiera dedicata all’agricoltura e in modo particolare all’anguria. Gironzoliamo, beviamo tanto black tea come al solito e riusciamo a perfino a trovare un ristorante molto elegante che ci serve dell’ottimo riso in bianco… Finalmente!

Durante il pomeriggio abbiamo anche la fortuna di intercettare una signora intenta a preparare l’Obi il famoso e onnipresente pane uzbeko; chiediamo se possiamo riprenderla e accetta sorridendo.

Nel frattempo abbiamo ricontattato il tipo del taxi che l’indomani ci dovrebbe portare a Nukus. Approfittando della wifi della nostra guesthouse gli scriviamo su whatsapp e ne esce una conversazione surreale che tocca il suo apice in Tomorrow time o’clock. Si ma which time?!? Ridiamo e adoriamo. E’ la giusta concezione del tempo in vacanza.

Come congedo da Khiva scaliamo le alte mura e andiamo a goderci il tramonto. Siamo nella parte più popolare della città, le famiglie all’interno delle loro case cenano sdraiate sui cuscini, alcuni ragazzi lavano un tappeto per strada, innocui cani randagi vagabondano tra i vicoli e le macerie di medresse abbandonate. Dall’alto riusciamo a vedere tutto il perimetro delle mura con all’interno gli alti minareti e le cupole delle moschee. Siamo circondati dal silenzio, dal buio e dal profumo di spezie. E’ l’Asia Centrale, è il profumo dell’antica Via della Seta.

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One thought on “Capitolo III – Khiva

  1. Sandra Noaro ha detto:

    Solito imperdibile cocktail di umorismo misto alla strabordande bellezza del tuo racconto condito da foto che sanno cogliere luce, magia, storia! Ancora una volta grazie x qs meravigliosi momenti che saggiamente (la bellezza della vita va sempre condivisa!) scegli di regalare anche a noi che impariamo a guardare con i tuoi occhi un mondo lontano…ma anche così intensamente vicino!

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