Distanza (secondo la questura di Twice Brewed): 11 miglia (18 km)
Meteo: cielo coperto, tenere la kappauei a portata di mano
Wake up!
Sono le 8:00 am, è tempo di lasciarsi andare al vento per il quarto giorno di cammino.
La tappa che sto per affrontare è la più popolare e frequentata di tutte. Il muro, che corre lungo un crescendo travolgente di balze, si rivelerà per i suoi tratti più lunghi e meglio conservati.
Di risveglio in risveglio mi sento sempre meglio; ogni notte il sonno ristoratore non so come cancella dal mio corpo i segni della massacrante tappa del giorno precedente.
Cammino lungo il muro da neanche un km quando dalla ciclabile che si trova poco distante dal sentiero un ciclista mi saluta. E’ il tulipano conosciuto ieri sera che, parcheggiata la bici a lato della strada, corre a soccorrere la tulipana già in affanno alla prima salita con bici alla mano.
Ricambio il saluto e indirizzo loro un sonoro “ DAJE REGA’! ”.
Sembra di essere sulle montagne russe. Il vallo di Adriano, ora totalmente visibile, pare un serpente adagiato sulle colline inglesi. Nei ripidi tratti in discesa mi appoggio su di esso per evitare di scivolare. Quando si dice toccare la storia con mano…
Penso che i romani mica si sono fatti intimorire da questo continuo saliscendi. Magari qualcuno avrà pensato “mortacci vostra non potevamo costruirlo in pianura sto cazzo de muro?!?”. Forse mi rendo conto solo ora dell’entità dell’opera.
Mi immagino i legionari che depongono le armi e si tirano su le maniche; l’esercito romano infatti non era solo un’imbattibile macchina da guerra, era anche una poderosa organizzazione che portava strade, acquedotti, fortezze dove prima non c’era niente.
Un muro alto sei metri, un forte ogni km e mezzo, due torrette tra un forte e l’altro, un fossato davanti largo nove metri e profondo almeno tre. Non arretrarono di fronte a niente i romani, riuscirono a tenere la linea retta, sfidando colline, fiumi, rocce e precipizi.
Per 120 km.
In 8 anni.
Ehm scusate ma la Salerno – Reggio Calabria? Qualcuno ha notizie sulla chiusura dei lavori? Presidente scusi come dice? Il ponte sullo stretto? Mabbbaffanculova.
Verso le 12:00 inizia a piovere ed è tempo di impermeabilizzare me e Bruttofigliodiputtana1.
Dallo straordinario forte di Vindolanda cammino insieme a John, un anziano signore ex guida e accompagnatore di gruppi di walkers lungo il vallo di Adriano.
In un’ora e mezza a passo veloce (deve assolutamente prendere l’autobus a Twice Brewed per tornare a casa dalla moglie) mi sfodera un sacco di chicche e curiosità sul muro, una su tutte ha a che fare addirittura con Hollywood.
Dopo mille scorciatoie in mezzo alle “camperse” che John mi vuole far fare a tutti i costi non senza rischiare di fracassarci il cranio sulle rocce, raggiungiamo il luogo più simbolico e fotografato dell’Hadrian’s wall path ovvero il Sycamore Gap con relativo Sycamore tree.
John mi racconta che proprio qui è stata girata una scena de “Robin Hood principe dei ladri” con Kevin Kostner e Morgan Freeman. – Esticazzi! – penso io prendendo ancora fiato per la corsa fatta.
In effetti il luogo è davvero suggestivo e ha un non so che di magico con quest’albero proprio in mezzo all’avvallamento incorniciato dal muro.
Giusto il tempo de “ddu foto” e proseguiamo la nostra folle corsa verso Twice Brewed.
John vuole tagliare il più possibile, il passo sempre più svelto sotto la pioggia torrenziale.
Ad un certo punto scorgo a 50 metri da noi un toro enorme che ci osserva passare.
“ehmm John, do we have to worry about that big bull?”
“well, I think he’s more interested in eating the grass.”
“I hope so John… I really hope so…”
Arriviamo alla fermata proprio in contemporanea con l’autobus che viaggia in direzione Newcastle; saluto e ringrazio il vecchio John dopodichè mi siedo a prendere fiato sulla panchina esterna della guesthouse Twice Brewed. Sotto la pioggia.
Da qui un ultimo km per raggiungere la fattoria dove trascorrerò la notte.
Come al solito ritrovo i due ragazzi di Madrid insieme ad un ragazzo belga di Antwerp e uno inglese di Manchester che sta percorrendo il cazzutissimo Pennine Way, un trekking che collega Edale (North England) fino alla costa sud dell’Inghilterra.
Dopo aver sistemato il sacco a pelo e dopo una doccia calda “asciuga ossa” ci rechiamo tutti al pub dove ci scoliamo migliaia di pinte, mangiamo carne di vacca e discutiamo dei massimi sistemi mondiali, coinvolgendo anche i nostri vicini di tavolo.
Un’ottima compagnia a cui faccio notare che sono l’unico a vivere in una Repubblica (o presunta tale). Siamo tutti concordi nel brindare alla morte di tutti i sovrani, creando un po’ di disappunto ai nostri attempati vicini di tavolo.
Rientriamo in fattoria immersi nel buio più totale facendoci luce con gli schermi dei cellulari. Nell’ombra mi sembra perfino di scorgere Robin Hood – Kevin Costner che si allontana verso il Sycamore gap.
Al nostro risveglio ci accorgiamo ben presto che la serata passata a giocare a quello che sembrava “uno de quei quiz presentà da Enrico Papi” (Nic dixit),
aveva lasciato degli evidenti segni sui nostri volti, ma sopratutto sui nostri aliti mattutini.
Tuttavia a sconvolgerci non sono le poche ore di sonno o le diverse tazze di Flor de Caña della sera prima, bensì il lago di sudore nel quale tutti ci siamo risvegliati (ad eccezione di Lara naturalmente, che non è fisicamente capace di sudare).
Ben presto raggiungiamo la consapevolezza unanime che la responsabilità di questa calura notturna è di Nic, che nel sonno ha deliberatamente deciso di spegnere il ventilatore che dava ossigeno alla nostra camera.
Una camera, cinque persone, clima tropicale e un ventilatore spento.
Subito accusato e coperto di giudizi (come peraltro spesso gli capita), il sonnambulo dispettoso prova fin da subito a negare il proprio coinvolgimento fino a quando, messo alle strette, non decide di abbandonare le deboli difese e di confessare le proprie colpe.
Le ragioni del folle gesto non ci verranno mai fornite.
La breve inquisizione ci ha messo appetito, e decidiamo di sperimentare un desayuno alternativo: questa mattina dolce.
Ordiniamo, e a ciascuno viene servito un pancake alto due dita e grande come una pizza, guarnito con del leggerissimo burro immerso in quello che ha tutta l’aria di essere succo d’acero.
La prima metà va giù che è una meraviglia, l’altra mezza pizza rende necessario accompagnare ogni boccone ad abbondanti sorsi di jugo de naranja.Terminiamo la colazione, raccogliamo la nostra attrezzatura da spiaggia (v. la descrizione di Lara al Dia 5) e in preda all’acetone ci dirigiamo alla Playa El Coco.
Come ormai da tradizione facciamo una breve sosta a salutare Anita, recuperiamo i suoi ospiti Francesca e Nick, e saliamo tutti e sette a bordo del nuovo bolide di Fra.
A differenza di ieri, il buon Veneto oggi non ci farà compagnia.
Prima di giungere a destinazione, facciamo una breve sosta a La Flor, la spiaggia dove – se saremo fortunati – potremo assistere al ritorno di migliaia di tartarughe per la deposizione delle uova.
Cerchiamo di capire dai responsabili del posto se qualche tartaruga sia stata avvistata al largo, ma le risposte che ci vengono fornite sono piuttosto evasive.
Per questa ragione nel corso della giornata solleciteremo più volte Fra a chiamare la riserva naturale di La Flor per tenerci costantemente aggiornati sull’arrivo dei tanto attesi animali.
Chiaramente questa cosa non ha assolutamente infastidito la nostra guida.
Dopo la breve tappa, raggiungiamo Playa El Coco.
La spiaggia è magnifica, una distesa di sabbia finissima raccolta tra due lunghe braccia verdi che si immergono nell’oceano; alle nostre spalle solamente alberi.
Il sole da queste parti si fa sentire in tutta la sua intensità. Forse sarà anche perché, tra una colazione e una sosta, arriviamo in spiaggia per l’ora di pranzo, l’orario più indicato dai dermatologi di tutto il mondo.
Per questo motivo cerchiamo riparo all’ombra di alcuni alberi. In verità, più che sotto agli alberi, l’unica ombra che siamo riusciti a trovare era sotto alle amache che vi erano appese. Ma non è il momento di essere schizzinosi.
Il tempo di posare gli asciugamani e Nic è già addormentato, mentre noi interrompiamo le lunghissime sessioni di ozio con alcuni bagni in mare e con chiacchiere a voce altissima per sovrastare il russare di Nic.
Ad un certo punto Jacopo reclama la nostra attenzione per condividere alcuni avvistamenti all’orizzonte: delle grosse macchie nere sembrano rapidamente emergere e immergersi nuovamente in acqua…o perlomeno questo è ciò che sostiene di aver visto.
Forse delle balene, o forse la conferma che il sole da queste parti picchia molto forte in testa.
Resta il fatto che decideremo in seguito di non ritornare mai più sull’argomento.
Nonostante l’orario sia ormai propizio, non ci sentiamo ancora pronti a pranzare, così pensiamo di stimolare l’appetito con della sana attività fisica: ci mettiamo in riva al mare e iniziamo a dare spettacolo con il frisbee.
Il richiamo dello sport è fortissimo, e anche Nic non può evitare di svegliarsi per unirsi a noi. Nonostante il forte vento e la nostra scarsa pratica la prestazione è eccezionale, e con l’aiuto di Nic riusciamo a raggiungere il record di giornata di passaggi consecutivi: 3.
A questo punto, stremati dai 17 minuti di esercizio fisico, è decisamente giunto il momento di procacciarci del cibo. Ci rechiamo all’unico bar della zona e ordiniamo degli squisiti sandwich de marisco.
Dopo pranzo, il copione del pomeriggio rimane sostanzialmente lo stesso, ad eccezione del faticoso giuoco del frisbee…c’è chi chiacchiera (noi tutti), c’è chi dorme (Nic) e c’è chi fuma (Fra).
Tra una parola e l’altra ci accorgiamo di come Fra sembri disinteressato all’arrivo delle tartarughe, così pensiamo bene di ricordargli di chiamare la riserva di La Flor.
La richiesta non lo fa molto felice, ma nonostante tutto Fra dimostra di comprendere la nostra eccitazione, e senza perdere la compostezza che lo contraddistingue si rivolge a noi dicendoci: “caspita ragazzi, comprendo il vostro entusiasmo per le tartarughe, ma in ogni caso dobbiamo attendere la sera. Comunque la vostra insistenza mi rende felice, è non mi è affatto di disturbo.”
Forse le testuali parole non erano precisamente le stesse, ma il tenore del messaggio era circa lo stesso.
Ci mettiamo (momentaneamente) l’animo in pace, ordiniamo alcune birre e ci godiamo la romantica visione del cielo che inizia a tingersi d’oro, e del sole che lentamente scompare alle spalle degli scogli.
Jacopo e Francesca iniziano la loro caccia all’instagram definitivo, impartendoci delle preziose lezioni sull’importanza dell’uso dell’hashtag perfetto. Non sembrano essere completamente concordi su tutto, ma come mamma e papà che non vogliono farsi vedere mentre litigano, sembrano trovarsi d’accordo nel più classico dei #sunset.
Non ricordo bene, ma a questo punto forse anche Nic si è risvegliato, ma non ci giurerei.
La visione del tramonto ci ha fatto ricordare di essere particolarmente emotivi, e che la visione delle tartarughe potrebbe farci provare delle emozioni irripetibili.
Ricordiamo ancora una volta a Fra che ha una telefonata in sospeso, e a questo punto la sua risposta ci sorprende: “D’accordo ragazzi, mi avete convinto, telefono volentieri alla riserva naturale!”
Le notizie purtroppo non sono delle migliori, non sono state avvistate tartarughe.
Decidiamo di tornare comunque a La Flor, ed effettivamente in spiaggia purtroppo non vediamo alcun animale, ad eccezione di alcuni turisti che passeggiano lungo la spiaggia facendosi luce con delle torce elettriche, nella vana speranza di inciampare su qualche tartaruga che abbia optato per le partenze intelligenti per deporre in totale solitudine.
Noi – purtroppo o per fortuna – non siamo dotati di altrettanta fede (o pazienza), perciò abbandoniamo la spiaggia.
Prima di salire in macchina però Fra, commosso dai nostri volti affranti, decide di intercedere con le “guardie forestali” di La Flor, convincendoli a concederci la visione di alcuni cuccioli di tartaruga.
Veniamo accompagnati alla “casa” del guardiano, dove tutto attorno a noi il pavimento è coperto di sacchi di sabbia, ciascuno identificato con una data.
Ci viene spiegato che si tratta di sabbia che viene raccolta quasi quotidianamente nel periodo della deposizione, assieme alle prime uova della stagione.
L’intento è quello di tutelare la riproduzione delle tartarughe, proteggendo le uova deposte dalla facile razzia dei predatori. Ci viene poi mostrato un piccolo recipiente dove sono contenute alcune piccolissime tartarughe nate il giorno prima. Dopo averci chiesto con insistenza se avevamo le mani pulite e non contaminate da creme o detergenti, ci viene concesso di tenere i piccoli tra le mani, pur tra mille raccomandazioni di non stringere la presa e, ovviamente, di non lasciarli cadere a terra.
Fra ci spiega come la “questione tartarughe” negli ultimi anni abbia iniziato a diventare argomento sensibile nel Paese.
Nonostante ogni anno sulla sola spiaggia di La Flor si riversino migliaia di tartarughe, le quali depositano complessivamente decine di migliaia di uova, la riproduzione della specie è seriamente minacciata dai predatori famelici di uova.
Suscita un certo stupore pensare che tra questi il principale è l’uomo, motivo per il quale, al tempo della nostra visita, il Nicaragua risulta essere l’unico Paese del Centro America ad aver vietato in maniera assoluta e in qualsiasi periodo dell’anno il consumo di uova di tartaruga.
Prima di salutarci, il Signore delle tartarughe, dispiaciuto per la nostra visita sfortunata, ci infonde un briciolo di speranza, dicendoci come la deposizione delle uova fosse prevista effettivamente per quella settimana, invitandoci a chiamare nei giorni seguenti per monitorare la situazione degli arrivi.
La notizia rende entusiata Fra, al quale non mancheremo di sollecitare le telefonate alla riserva.
Saliamo in macchina per fare ritorno verso casa; l’orologio di bordo segna quasi le 22:00. Le tartarughe ci hanno fatto perdere la cognizione del tempo, e la visione dell’orologio ci ricorda che dobbiamo nutrirci. I nostri stomaci danno inizio a una sinfonia di gorgoglii.
Su insistenza dei nostri amici locali, ci facciamo convincere a scegliere un ristorante italiano. Non ricordo il nome del locale, fatto stà che abbiamo mangiato pastasciutta. In Nicaragua.
A onor del vero i piatti non erano pessimi (per esser fuori dall’Italia) ma comunque lontani anni luce da ciò a cui siamo abituati nel Belpaese. Anche in termini di prezzo.
Fra ordina del vino, rosso o bianco non fa molta differenza. L’importante è che ci sia un tappo da poter annusare per simulare raffinatezza e incutere timore allo sventurato cameriere.
Ad accompagnare la nostra cena non è il solito impianto audio del locale; questa volta ad allietare la serata è il karaoke del locale accanto. Al microfono si esibisce una voce rotta dall’alcool e tendente allo stonato, tutte caratteristiche che ci fanno pensare ad un’esibizione del nostro amico Luigi Dell’Ostello, sindaco di fatto di San Juan del Sur.
Terminata la cena è ora di fare ritorno a casa, ma non prima di aver fatto l’immancabile sosta per gli acquisti: Rum e Hielo in quantità sufficiente per un reggimento.
Nel frattempo Fra rovista tra la spazzatura alla ricerca di qualche tappo di sughero da annusare.
Dopo aver riaccompagnato Francesca e Nick da Anita per la notte, la nostra serata è proseguita com’è facilmente immaginabile. Tranne per Nic, che ha deciso di anticiparci tutti andando subito a letto, spiegandoci a fatica di come il sole lo stanchi oltremodo. Col senno di poi, sarebbe stato meglio se avesse approfittato un po’ del tempo in spiaggia per fare almeno un riposino.
Dopo esserci scambiati una buona notte al sabor de Flor de Caña, diamo inizio alla processione per la tolettatura e, infine, ci mettiamo anche noi a letto, sognando di poter vedere qualche tartaruga il giorno seguente. Sempre se Fra non si dimentica di telefonare. Meglio ricordarglielo….
Nicola
“La lamentela di Nic”: La pasta all’arrabbiata costa più che in Italia e la fa cagare.”
“La raccomandazione di (mamma) Fra”: Annusate sempre il tappo. E’ la parte più buona del vino.